Libertà di pensiero

Con l’uscita inaspettata del Vaticano sul ddl Zan la polemica si è inasprita. Ma cosa dice veramente la nuova legge?

In questo ultimo periodo in Italia si discute ampiamente sul nuovo disegno di legge contro l’omofobia che secondo alcune parti della società metterebbe in discussione la stessa libertà di pensiero citata nella nostra costituzione. Credo che sia fondamentale notare però che poche persone che parlano del ddl Zan conoscono veramente il testo che è stato presentato in parlamento.

Quello completo lo trovate qui, ma ne estrapolo alcuni passaggi per far capire cosa intendo.

Vi metto direttamente l’articolo 4:

Art. 4.
(Pluralismo delle idee e libertà delle scelte)

  1. Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti.

Quindi potete non essere d’accordo con un’eventuale unione civile di coppie omosessuali, perché rientra nella vostra libertà di opinione. Potete discuterne tranquillamente fino a quando questo non porta ad atti “discriminatori o violenti”.

Dunque qual è il reale motivo per il quale allora il Vaticano ha espresso un’opinione così chiara in maniera inequivocabile?

Esistono al momento teorie secondo le quali la cosa sarebbe uno sgambetto della curia nei confronti di Papa Francesco. Questa voce sarebbe stata smentita dall’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ma molti dubitano di questa versione per una serie di motivi. Non ultimo lo scontro frontale in atto su diversi aspetti del pontificato bergogliano, che non piace minimamente al mondo più conservatore.

Il fatto che una nota così clamorosa, pur avendo una forma definita “non verbale”, termine tecnico della diplomazia, sia stata comunque consegnata dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato del Vaticano, una sorta di ministro degli esteri, ha a ogni modo ovviamente suscitato scalpore. Anche perché di fatto si tratta dell’ingerenza di uno stato straniero (tale è il Vaticano) nella legislazione di un altro stato, l’Italia.

Si legge, nella nota del Vaticano che l’articolo 2 del Concordato tra lo Stato e il Vaticano, e in particolare il comma 1 che assicura alla Chiesa “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”; e il comma 2 che garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” sarebbe a rischio.

Oltre al fatto che ritengo fondamentale la laicità dello stato, che si occupa anche di persone che cattoliche non sono, personalmente faccio fatica a vedere questo rischio.

Da un lato si lamenta il fatto che venendo secondo la nuova legge istituita, nell’articolo 7, una Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, le scuole cattoliche si vedrebbero costrette a dover organizzare eventi contrari alla “visione cattolica”.

Nonostante nel testo si scriva che viene creata “al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione” (queste sono le parole della legge).

La considerazione che un qualsiasi laico cattolico dovrebbe secondo me fare leggendo la legge, è quello di essere consapevoli che non esiste in nessun modo una negazione del principio dell’utilizzo della propria libertà di pensiero. Qui si tratta semplicemente di contrastare la discriminazione.

Se poi questa discriminazione viene considerata giusta da parte di una fetta dei fedeli cattolici, allora qui ci troviamo di fronte a una forma di intolleranza che è anticristiana di fatto.

L’amore cristiano dovrebbe essere per tutti, peccatori di qualsiasi genere compresi, secondo quello che è l’insegnamento del Cristo.

Nella modifica proposta dal ddl Zan dell’articolo 604 del Codice Penale (che vedete in comparazione qui), che è contro le discriminazioni di carattere razziale e religioso, vengono semplicemente aggiunte queste parole: « oppure fondati sul sesso, sul genere, sul­ l’orientamento sessuale, sull’identità di ge­nere o sulla disabilità ».

Solamente se la stessa Chiesa Cattolica si considera, o considera parte dei propri movimenti, aventi come scopo l’incitamento alla discriminazione allora, per quanto mi riguarda, questa nota assume un senso.

E lo scrivo da cattolico. Che a livello etimologico significa letteralmente “universale”.

Da cattolico che ha amici gay, lesbiche, mussulmani, ebrei, e di ogni estrazione sociale, movimento religioso e/o orientamento politico.

Quando vennero fatte le ultime modifiche all’articolo citato del Codice Penale molti razzisti ebbero da ridire al riguardo. Perché dicevano che non potevano più esprimere la loro opinione. Se per partito preso uno discrimina per qualsiasi motivo un’altra persona, per quanto mi riguarda questa non è un’opinione, ma un pregiudizio.

Una religione basata sull’Amore, come il cristianesimo, dovrebbe includere nel suo amore tutti, e non solo coloro che rientrano in una ristretta cerchia di privilegiati a causa di una visione religiosa. Certo, esistono passaggi nei quali la Bibbia in San Paolo e attraverso Mosé si scaglia contro gli omosessuali. Allora com’è possibile che la Chiesa Luterana Norvegese permetta alle coppie omosessuali d’unirsi in Chiesa dal 2016?

Eppure il testo sacro rimane lo stesso. Interpretato in modo diverso.

Esistono Chiese Cristiane che celebrano il matrimonio in Chiesa di coppie omosessuali.

Giusto? Sbagliato? Possiamo discuterne dal punto di vista della libertà di pensiero. Ciò non toglie che ogni essere umano ha il diritto di essere rispettato per quello che è.

Possiamo poi discutere se vi piace o meno il Gay Pride (che molti gay non amano), se ritenete giusto o meno che membri del mondo LGBT possano crescere bambini, e mille altri aspetti che ruotano intorno a questi temi che non approfondiamo in questo articolo.

V’invito però a leggere il testo del ddl Zan prima di dire che lede la libertà di pensiero di qualcuno. Oltre alla libertà di pensiero però dobbiamo ricordarci della libertà, che hanno le persone che vengono spesso rese oggetto di scherno e di violenza, di vivere senza dover temere per la propria incolumità.

Essere cristiani non vuol dire solamente andare a messa la domenica e fare i sacramenti. Significa soprattutto vedere il volto di Cristo in ogni essere umano, uomo, donna o trans che sia.

Ricordo un passaggio del Vangelo secondo Giovanni che dovremmo sempre tutti tenere presente ogni volta che chiunque di noi esprime un giudizio su qualcuno: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra.”

La misericordia dovrebbe sovrastare qualsiasi idea umana di punizione o di discriminazione. Per questo ho scelto l’immagine che trovate all’inizio del post.

Il Divin Codino

Da quando ero bambino ho sentito una frase un numero indefinito di volte, talmente tante che forse è quella che ho sentito più spesso nell’arco della mia vita: “Stasera c’è la partita.” Ogni volta viene proclamata con l’assoluta certezza che chi ascolta sappia esattamente di quale partita si tratti, sia che sia della nazionale, della squadra del cuore, oppure della Champions League, del mondiale o dell’europeo di calcio.

Ogni partita poi ha una sua storia che i giornali sportivi non conoscono: gli appuntamenti rimandati, le prove spostate, le discussioni sul dove guardarla e con chi, il batticuore nell’attesa che le formazioni scendano in campo, e la speranza di vedere la propria squadra vincere con merito, o anche con fortuna. Ci sono partite che ci hanno fatto esplodere per la gioia, mentre altre ci hanno lasciato svuotati e tristi.

Il calcio è un sogno collettivo, dove il tifoso arriva a identificarsi con la squadra o con un giocatore, quasi perdendo la propria identità in una forma di comunione che a volte unisce milioni di persone in qualcosa che trascende il singolo.

Ora che si stanno giocando gli europei di calcio, e grazie all’ottima prestazione degli azzurri, per molti la passione sopita per il calcio si riaccende e scorrono mille ricordi che ci hanno fatto esultare e amare questo sport, a volte soffocato dai milioni di euro che ci girano attorno.

Un’altra frase che chi ama il calcio ricorderà, e legata soprattutto alla nostra nazionale, è secondo me sicuramente “Stasera gioca Baggio?”

Quando negli anni ’90 giocava la nazionale la gente a furor di popolo lo avrebbe messo in campo, ma non sempre i CT degli azzurri erano dello stesso avviso, portandolo così a volte a partire dalla panchina, nonostante fosse in una forma migliore rispetto ad altri giocatori. Così tra le persone comuni ci si chiedeva se Roberto Baggio avrebbe giocato o meno.

Roberto Baggio è stato indubbiamente il calciatore più amato della storia del calcio italiano e per quanto mi riguarda rappresenta l’essenza stessa di quello che amo di questo sport. Baggio per me era, ed é, la poesia del calcio, la sua forma estetica più elegante. Guardarlo giocare era come vedere il campo di calcio che s’illuminava sotto i suoi passi felpati e i suoi dribbling entusiasmanti.

Ultimamente su Netflix è uscito un film a lui dedicato con lo stesso titolo di questo post che racconta parte della sua carriera. Anche solamente vederne il trailer mi ha rievocato tante emozioni, come la gioia stessa di vederlo giocare.

Ho avuto modo di vederlo dal vivo allo stadio alcune partite. Magia pura. Ricordo come fosse ieri lo spareggio per la Champions League tra Inter e Parma allo Stadio Bentegodi di Verona (il 23/05/2000) con una partita incredibile dove segnò 2 gol pazzeschi (uno su punizione e uno con un sinistro al volo) e fece assist e passaggi d’altissima levatura.

Il giorno dopo la Gazzetta dello Sport uscì con le pagelle alle prestazioni dei giocatori: Baggio ricevette un 10. In tutta la mia vita non ho visto altri 10 tra le pagine del quotidiano rosa.

La sua performance fu indimenticabile per tutti coloro che ebbero modo di vedere la partita. Come altre volte che ho avuto modo di vederlo giocare. “Robertobaggio”, come veniva urlato dalle migliaia di spettatori festanti, non era solo un calciatore, era un simbolo. Un uomo che trascendeva il calcio e le sue brutture. Amato in maniera trasversale dai tifosi di diverse squadra aveva in realtà una sola maglia che lo potesse rappresentare compiutamente: quella azzurra.

Baggio ancora oggi è l’unico calciatore della storia del calcio italiano ad avere segnato in tre mondiali differenti: nel 1990, nel 1994 e nel 1998.

Il suo primo, fantastico, gol ai mondiali fu nelle notti magiche di Italia ’90 quando scartò mezza Cecoslovacchia per poi calciare in rete il pallone. Un gol che lo portò all’attenzione del mondo in una delle nazionali più amate della storia, che solamente nella sfortunata semifinale a Napoli contro l’Argentina dell’idolo locale Maradona dovette arrendersi ai rigori senza mai perdere una partita sul campo.

Come dimenticare poi quando a USA ’94 ci portò giù all’aereo segnando a due minuti dalla fine contro la Nigeria negli ottavi di finale, dopo l’espulsione ridicola di Zola, portandoci ai supplementari e segnando il rigore che decise la partita? E il gol all’88esimo contro la Spagna nei quarti? Un incredibile diagonale su assist di Signori che ci portò alla semifinale con la Bulgaria, dove segnò due gol “alla Baggio” con un primo tempo giocato dall’Italia a livelli straordinari.

Alcuni del 1994 ricordano solamente il rigore sbagliato di Baggio nella finale contro il Brasile, dimenticando quello mancato da Franco Baresi, altra figura tragica di quel mondiale, infortunatosi a torneo in corso e tornato a tempo di record per giocare la finale. Dal dischetto sbagliò anche Massaro.

In Brasile ancora oggi si racconta che alcuni maghi brasiliani si vantano di avere il merito dell’errore di Baggio, che hanno attraverso le loro magie portato anche al suo infortunio contro la Bulgaria. Leggende popolari, probabilmente, ma per anni la cosa girava con insistenza su internet sia in Brasile e sia in Italia, dove alcuni maghi nostrani raccontavano delle potenza della magia brasiliana e di come questa abbia causato tutte le successive sfortune del divin codino.

La sua sfortuna più grande però probabilmente è stata quella di giocare in Italia in un periodo nel quale i fantasisti venivano messi in secondo piano rispetto alle esigenze tattiche, portandolo così ad avere meno spazio rispetto a quello che in realtà avrebbe meritato. Senza dimenticare il gravissimo infortunio avuto al ginocchio destro agli inizi della sua carriera, quando gli dovettero fare oltre 220 punti di sutura. E non con le tecniche di oggi, ma nel 1985.

Qualche medico pare gli avesse anche detto che non avrebbe più potuto giocare a calcio.

Baggio in quel periodo abbracciò la fede buddista, cosa che secondo alcuni gli portò nel tempo anche le antipatie di qualche allenatore.

Nel 2000 scelse di rimanere in Italia, pur avendo ricevuto offerte anche economicamente rilevanti dall’estero, con la speranza e il desiderio di poter tornare in nazionale per il mondiale in Corea e Giappone del 2002. Dopo un inizio d’annata folgorante però nella stagione 2001/2002 s’infortunò nuovamente: rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Con la speranza di poter essere convocato dalla nazionale però Baggio fece di tutto per recuperare al più presto, a tempo di record: In soli 77 giorni fu di nuovo in campo e segnò due gol contro la Fiorentina.

Probabilmente nessun giocatore meritava più di lui la convocazione per il mondiale, per il suo immenso amore per l’unica maglia con la quale s’identificava completamente. Amici buddisti che avevano avuto modo d’incontrarlo in quel periodo mi raccontarono di Baggio che oltre a fisioterapia, palestra e nuoto pregava dalle cinque alle sei ore al giorno per una guarigione che potesse dargli la possibilità di giocare il mondiale.

Purtroppo la convocazione non arrivò, nonostante la gente chiedesse la sua presenza a gran voce e che la FIFA avesse allargato le convocazioni a 23 giocatori.

La cosa fondamentale che sfuggì secondo me a Trapattoni fu che Baggio in Giappone era di gran lunga il calciatore più amato di sempre e che l’Italia avrebbe avuto una spinta senza precedenti all’estero da parte dei tifosi giapponesi. Oltretutto girava la voce che molti fedeli dell’associazione buddista della quale Baggio ancora oggi fa parte (la Soka Gakkai), che trae origine dagli insegnamenti del monaco buddista giapponese del quindicesimo secolo Nichiren Daishonin, avrebbero pregato in massa per il suo successo.

Nel “buddismo Nichiren”, al contrario di altre forme di buddismo, il desiderio viene visto come forza vivificante e quindi la preghiera può essere indirizzata per il raggiungimento di un obiettivo specifico. Riuscite a immaginare milioni di giapponesi che pregano per il successo di una squadra?

Sappiamo come finì, con l’arbitraggio scandaloso di Byron Moreno e il Golden Goal della Corea contro l’Italia in una delle edizioni più contestate della storia.

In alcune sue interviste Baggio dice che ancora oggi ripensa a quel rigore sbagliato nel mondiale del ’94.

In tutto il mondo invece milioni e milioni di tifosi ancora ricordano i suoi gol, il suo talento, che lo portò a vincere anche molti premi internazionali tra i quali il Pallone d’oro e il Fifa World Player nel 1993.

Scrivendo queste righe forse non sono riuscito a trasmettere l’enorme amore che provo per questo calciatore che per me rappresenta, come ho già scritto, l’essenza stessa della grandezza di questo gioco, dove un uomo può trascendere se stesso e diventare il simbolo di un sogno che fa battere i cuori di milioni di persone insieme.

L’orrore nelle fiabe

Prima del politically correct c’erano le fiabe. E non facevano dormire.

Nelle ultime settimane è impazzata la notizia della polemica sul bacio non consensuale del principe azzurro a Biancaneve. In realtà è stata una cosa solamente italiana, perché qualche politico ha ripreso una notizia di non particolare rilievo riguardante un articolo di un sito di San Francisco che faceva una recensione sulla nuova versione dell’allestimento della fiaba di Biancaneve a Disneyland, dove è possibile vedere il famoso bacio.

In America la cosa ha avuto poco risalto, ma in Italia la cosa è stata amplificata a dismisura.

Come quando su Disney+ hanno messo dei disclaimer sui classici d’animazione dove si definisce l’età consigliata per la visione e si descrivono le cose che potrebbero urtare la sensibilità dello spettatore. Nessuna censura quindi, perché i classici Disney li potete vedere esattamente com’erano a suo tempo, ma solamente un’indicazione fornita nel rispetto delle minoranze, a volte ridicolizzate in alcuni classici, e consigliando la visione alla fascia d’età ritenuta opportuna.

Addirittura la Disney nel trattamento delle varie fiabe le ha molto edulcorate togliendo gli aspetti più cruenti presenti nelle versioni originali.

Perché scrivo dell'”orrore nelle fiabe”?
Perché molte fiabe classiche sono piene di particolari e situazioni che oggi come oggi sarebbero impensabili in storie per ragazzi: morti violente, serial killer, mutilazioni, stupri, cannibalismo, infanticidio, suicidio, pedofilia, tortura e molto, molto altro.

Qualcuno si domanderà che fiabe abbia letto da bambino per fare un elenco di questo genere. Ebbene queste cose si trovano in Biancaneve, Cappuccetto rosso, La bella addormentata nel bosco, Il pifferaio di Hamelin, La sirenetta, Barbablù, Pollicino e molte altre fiabe per le quali oggi vari genitori griderebbero allo scandalo.

Molte di queste storie probabilmente all’epoca non avevano la funzione educativa che noi attribuiamo alla letteratura per l’infanzia. Immaginate le serate di un tempo davanti al fuoco, dove magari qualcuno raccontava le storie che catturavano l’immaginazione di persone che non avevano a disposizione le maratone on demand e le decine di canali tematici televisivi esistenti oggi. Erano intrattenimento puro a volte, mentre altri scrivono che nelle fiabe c’erano criptici messaggi da riconoscere per crescere a livello personale.

Lasciando da parte l’aspetto evolutivo concentriamoci qui invece sull’orrore che ancora oggi alcune di queste storie narrano partendo dalla pietra dello scandalo: Biancaneve.

I più puristi potrebbero già avere a che ridire del fatto che una giovane fanciulla conviva con sette maschi sotto lo stesso tetto. Nella versione originale della fiaba la strega malvagia chiede al cacciatore di portarle il cuore di Biancaneve. Per mangiarlo. In alcuni casi si parla addirittura di fegato e polmoni che la strega avrebbe “salato a dovere” prima di consumarli. Secondo la versione dei fratelli Grimm Biancaneve avrebbe sette anni. Dopo che cade addormentata non è dato di capire quanti anni passano, ma non pare che siano tantissimi. Il principe però la bacia lo stesso. Quindi oltre al mancato consenso, della polemica strumentale, ci sarebbe l’accusa per il principe di pedofilia. Inoltre alla fine la matrigna viene costretta a indossare delle scarpe di ferro incandescenti finché non muore a causa delle sevizie. E vissero tutti felici e contenti.

Di ognuna di queste fiabe esistono innumerevoli versioni.

Prendiamo Cappuccetto Rosso per esempio. Nella versione di Charles Perrault non abbiamo un lieto fine. Il lupo la mangia e la storia finisce. In altre versioni il lupo offre alla bimba un piatto con i rimasugli della nonna, in altre ancora invita Cappuccetto Rosso a infilarsi sotto le coperte con lui. (!!!)

Nel “Pifferaio di Hamelin” la cittadina tedesca viene invasa dai topi e al pifferaio viene chiesto di allontanarli, dietro lauto compenso. Suonando il suo piffero magico i topi lo seguono incantati fino al fiume dove annegano. Alla richiesta di pagamento gli abitanti si rifiutano, e così il pifferaio suona il suo strumento incantato e viene seguito dai bambini. Che fanno la fine dei topi. Almeno in una delle versioni più conosciute.

Ne “La sirenetta” di Hans Christian Andersen la sirenetta s’innamora del principe che salva dall’annegamento, e così chiede alla strega del mare delle gambe al posto della coda per poter stare con lui, ma nello scambio richiesto deve dare la sua bellissima voce. I piedi però le sanguineranno continuamente come se camminasse su dei rasoi e il principe sposerà un’altra donna. Dopo avere pensato di ucciderlo la sirenetta si getta nel mare e muore suicida.

In Barbablù una giovane donna sposa un ricco mercante, chiamato Barbablù a causa del colore della sua barba, che prima di lei aveva sposato altre sei donne, scomparse misteriosamente. Un giorno il mercante deve andare via per affari e le lascia le chiavi del castello, vietandole di entrare in una stanza. La ragazza presa dalla curiosità apre la stanza durante l’assenza del marito e scopre i cadaveri delle altre mogli appesi a dei ganci.

In una delle versioni più antiche de “La bella addormentata nel bosco”, quella di Giambattista Basile del 1634, la ragazza viene trovata da un re che, mentre lei dorme, la possiede. Nove mesi dopo nascono due bambini che succhiandole il pollice la risveglieranno. Dopo tempo il re ritorna al castello della bella addormentata e la trova sveglia insieme ai due bimbi. Il re in realtà è già sposato e quando torna alla sua dimora non parla che di loro scatenando le ire della regina sua moglie che ordisce la sua vendetta ordinando a un servo di rapire i bambini e al cuoco di cucinarli per darli in pasto al marito fedifrago. Il cuoco impietosito dai bambini li risparmia cucinando al re della selvaggina. Alla fine, dopo il tentativo della regina di fare uccidere la bella addormentata nelle fiamme, subisce lei questa atroce fine su ordine del re, che si sposa con la madre dei due gemelli. Come vuole la tradizione quindi si tratta di un matrimonio riparatore…

In Cenerentola, oltre alle sevizie da lei subite, è da notare che le sorelle pur di far entrare il piede nella scarpa si mutilano per ingannare il principe, che viene avvisato da due piccioni che cavano loro gli occhi. Questo nella versione dei fratelli Grimm. Qualcuno inoltre oggi direbbe che il principe era un feticista. 😉

Hansel e Gretel vengono abbandonati dal padre in un bosco a causa della miseria, convinto dalla nuova moglie. I bimbi abbandonati vengono imprigionati da una strega cattiva e Gretel un giorno riesce a buttare la strega nel fuoco. Abbandono di minore e omicidio.

In Pollicino lui e i fratelli vengono abbandonati nel bosco dai genitori (due volte) che sono alla miseria. Vengono salvati da una donna gentile che in realtà è la moglie di un orco. La sera al suo ritorno questi decide di mangiare Pollicino e i suoi fratelli, ma la donna lo dissuade dicendogli di farlo il giorno dopo. Nella notte l’orco però cambia idea. Pollicino non fidandosi della decisione dell’orco aveva però scambiato i berretti dei fratelli con le coroncine delle figlie dell’orco, e così quando arriva presso i fratelli crede di essersi sbagliato trovando le coroncine delle figlie e andando nell’altra stanza si mangia le figlie. Quando se ne accorge impazzisce di dolore e indossando delle scarpe magiche, gli stivali delle sette leghe, cerca i fratellini in ogni dove. Pollicino mentre l’orco dorme gli ruba gli stivali, che si adattano magicamente ai suoi piedi e torna dalla moglie dell’orco raccontandole che dei briganti lo hanno rapito e che esigono un riscatto, perché altrimenti lo uccideranno. La donna impaurita gli dà tutto l’oro che possiede e lui torna insieme ai suoi fratelli dai genitori. Grazie agli stivali magici riesce a ricevere vari incarichi dal re e così la famiglia non si deve più preoccupare dal punto di vista economico.

Comprenderete che non siamo di fronte a quelli che possono essere considerati oggi dei modelli educativi adeguati.

Potrei andare avanti a lungo con molte altre fiabe che contengono degli elementi che oggi non faremmo fatica a definire horror. Addirittura esistono film horror che si sono ispirati a queste fiabe.

Un esempio su tutti: “Cappucetto Rosso Sangue”, film liberamente ispirato alla fiaba, che la riscrive con tratti gotici e vari scorrimenti di sangue.

Credo che sia da sottolineare il fatto che ogni storia è figlia del suo tempo e che le fiabe della tradizione popolare poi raccolte da vari autori come i fratelli Grimm, Charles Perrault, o più anticamente dal napoletano Giambattista Basile, erano indirizzate a un pubblico preciso. Basile, per esempio, utilizzò il racconto fiabesco nel 1600 indirizzandolo a lettori adulti e prettamente aristocratici.

Basile scrisse la sua opera più famosa “Il cunto dei cunti” (“Il racconto dei racconti”) per divertire la nobiltà dell’epoca. Qui troviamo varie fiabe poi riprese da altri successivamente come Cenerentola. Sembra che Charles Perrault scrisse la sua versione per la corte del re di Francia, togliendo la parte iniziale, dove Cenerentola si macchia dell’omicidio della prima matrigna. Quella dalla quale viene maltrattata infatti nella storia di Basile è la seconda.

Cenerentola dunque è una povera ragazza maltrattata ingiustamente, oppure porta il peso della sua colpa per avere causato la morte della prima matrigna? Dipende dalla versione che leggete. Indubbiamente però anche quelle che leggevamo, o ci leggevano da bambini, non sono esenti da atmosfere violente e assolutamente impensabili per la letteratura per bambini e ragazzi di oggi.

Come scritto ogni storia è figlia del suo tempo.

Secondo me dovremmo imparare a guardarle e a leggerle consapevoli di questo aspetto.

Pensate per esempio ai film di oggi pieni di mostri e creature spaventose che i ragazzi guardano tranquillamente, mentre quando uscì il film di Frankenstein di James Whale con Boris Karloff del 1931, che oggi difficilmente farebbe paura a qualcuno, la casa di produzione, la Universal, decise di aggiungere un breve prologo per avvertire gli spettatori. Si temeva che il film fosse troppo forte per l’epoca. E infatti c’erano persone che svenivano durante la proiezione in un periodo nel quale non c’era la televisione e il cinema era nei primi anni del sonoro.

All’inizio del film appare sullo schermo uno degli attori che usa le seguenti parole:

«Buonasera. Il signor Carl Laemmle ritiene che non sia opportuno presentare questo film senza due parole di avvertimento: stiamo per raccontarvi la storia di Frankenstein, un eminente scienziato che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza temere il giudizio divino. È una delle storie più strane che siano mai state narrate, tratta dei due grandi misteri della creazione: la vita e la morte. Penso che vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi! Se pensate che non sia il caso di sottoporre a una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi… be’, vi abbiamo avvertito!»

La vita è meravigliosa

Il titolo di questo post è ripreso da un film del 1946 di Frank Capra con protagonista James Stewart. Divenuto un classico senza tempo nel 1998 venne inserito dall’American Film Institute tra le cento migliori pellicole del cinema americano. Senza ombra di dubbio è uno dei lungometraggi più amati di sempre in America.

Perché scriverne?

Perché il messaggio di speranza che ci dona è bellissimo e merita tutta la nostra attenzione.

Il protagonista, dedito nella sua vita al prossimo, si ritrova in una situazione disperata ed è sul punto di suicidarsi la viglia di Natale sentendosi un fallito. Lo zio ha per distrazione perso i soldi che avrebbe dovuto pagare di tasse in banca e oltre al rischio del fallimento della sua ditta rischia anche conseguenze penali. Quando sta per gettarsi da un ponte in suo soccorso arriva un angelo mandato da Dio.

L’uomo manifesta il desiderio di non essere mai nato, e così viene esaudito. Cammina con l’angelo per la sua città, mentre nessuno lo riconosce, nemmeno la moglie, e i loro quattro figli non sono mai nati. Suo fratello, che lui aveva salvato mentre pattinavano sul lago ghiacciato da ragazzi, era morto in seguito all’incidente, e la madre è in lutto da allora, mentre altre persone che lui aveva aiutato in varie circostanze avevano subito gli effetti del suo mancato intervento.

La stessa città aveva cambiato completamente volto.

Vedendo tutto questo il protagonista prega l’angelo di poter tornare alla sua vita, essendosi reso conto della sua reale importanza nella vita degli altri e della città. Al suo ritorno tutte le persone che ha aiutato negli anni raccolgono i soldi per salvarlo, dandogli così il più bel regalo di Natale possibile.

Il film è un classico natalizio, ma ho pensato di scrivere questo post ora pensando ad alcune persone care. A volte la vita può portarci in momenti di profondo sconforto, ma in realtà non conosciamo la reale importanza che l’esistenza di ogni persona ha nelle vite degli altri. Siamo tutti importanti, in modo diverso, siamo come note nella sinfonia del creato.

Indubbiamente la visione di questo film ancora oggi può donarci speranza ed essere d’ispirazione per ricordarci una volta di più che la vita di ognuno di noi è importante. Non sappiamo in realtà l’impatto che le cose che abbiamo detto, fatto o scritto negli anni hanno avuto sulle persone che conosciamo.

Questo breve post vuole essere un invito a ricordarsi dell’importanza che ognuno di noi ha nel mondo, che ci sono persone che ci amano e che desiderano il nostro bene e che meritiamo di vivere una vita meravigliosa.

Cuore sacro

Racconti miei-1

Come scritto precedentemente inizio qui a pubblicare alcuni miei racconti. Questo è il primo. Era uscito anni addietro in un volume dedicato a una manifestazione che si è svolta a Bolzano chiamata “Time Code”. La storia si svolge nel quartiere di Oltrisarco, a Bolzano, e quindi alcuni riferimenti risulteranno più chiari a coloro che ci sono cresciuti o ci hanno abitato. In caso voleste maggiori informazioni sulla manifestazione e altro chiedetemelo pure nei commenti.

Buona lettura.


Il cielo parla all’uomo, e lo fa da sempre, inesorabile nel suo comunicare. Ogni tassello del mosaico s’incastra e infine il grande disegno si mostra. Le voci dall’alto sussurrano nel vento e il mondo non attende altro che d’essere svelato, come una luce che nel buio aspetta d’accendersi per illuminare ogni cosa.

Questo è ciò che sente Francesco Rocchi, seduto su una panchina del parco Mignone, mentre il calore lo inonda da dentro e il suo viso sembra quello di un uomo che ha raggiunto il risveglio.

L’emozione è un sentire senza parole, e lui non sa descrivere quello che prova, ma lo assapora ugualmente, come dolce sapore d’estasi, come un profumo inebriante. S’accarezza la barba bianca come la neve e ripensa alle domande che lo hanno tormentato fino a quel momento. Ora la risposta si staglia netta dinanzi ai suoi occhi: un raggio di sole che squarcia il cielo nuvoloso e illumina.

Ripensa alla passeggiata che lo ha portato a quell’attimo e ogni cosa assume per lui un senso,  dentro sente ardere il fuoco della speranza.

Francesco Rocchi vive a Oltrisarco da sempre. Ha 66 anni e da quaranta vive con quella che allora era la sua giovane sposa in un appartamento in via Rovereto, dove ha un bell’orto sotto casa e insieme alla moglie cura il giardino nel condominio di poche famiglie. Gli altri, più giovani di loro, hanno sempre mille impegni, e allora lui e Graziella dedicano il loro tempo da pensionati alla cura delle varie piante, delle siepi e delle rose, che ama particolarmente.

A volte, prendendosi cure delle rose le chiama per nome, le accarezza e parla con loro come se ascoltassero, ha l’impressione che lo capiscano come spesso le persone che conosce non sono in grado di fare.

Ha due figli ormai sposati, è nonno, e le sue giornate si snodano simili una all’altra, tra la casa da tenere a posto, le rose, i nipotini e le passeggiate nel quartiere, dove tutti lo chiamano Franco. Il tempo scorre e lui se lo sente scivolare accanto, come in un lungo viaggio attraverso gli anni.

Ama Oltrisarco come difficilmente si può amare un luogo. A volte pensa che sia il centro del mondo. Sicuramente lo è del suo, dov’è nato, dove vuole vivere e dove un giorno sarà sepolto. Un quartiere che si trova in una città di una regione così bella da togliere il fiato, sospesa tra un passato che ancora ferisce e le paure di un futuro incerto.

È sabato mattina, uno come tanti, nel quale ripete le stesse cose ormai da troppo tempo. Attende di fare il solito giro per il rione, incontrandosi con Vito, amico di sempre, con cui berrà qualche bianco. Di solito si trovano alle dieci e mezza di fronte al bar San Marco, in via Claudia Augusta, ma mentre un tempo quella era la loro prima tappa, ora, da quando ci sono i cinesi, hanno scelto di trovarsi dall’altra parte della strada. Pensare al vecchio gestore, loro amico, che non c’è più, pesa ad entrambi, e vedere volti di un mondo distante è insopportabile, soprattutto per Vito. Allora preferiscono incontrarsi all’altezza del piccolo parcheggio privato prima del campetto con lo stemma del Juventus Club, poco lontano dalla chiesa, dove un tempo militavano i loro ragazzi  da pulcini e da esordienti.

Cominciano la passeggiata del sabato mattina che li porta attraverso il quartiere, parlando e  raccontandosi una volta di più del tempo che è stato, come è cambiata Oltrisarco, come erano belli i vecchi tempi, quando si era più poveri ma la gente era unita.

Dopo una vita passata tra le stesse vie, volti mai visti prima passano accanto a loro e più d’uno ha un altro colore della pelle.

“Che brutte facce”, dice Vito, come mille altre volte, facendo una smorfia per sottolineare l’affermazione. “E poi che odori…”

Franco ormai non ci fa più caso. Vito è così, prendere o lasciare.

Camminano dicendo le solite cose, si raccontano aneddoti sui posti. Ricordano. Là c’era un negozio di bici, ti ricordi? Ti ricordi il cinema Costellazione?

Quanto tempo avevano passato nei vari cinema, quando si stava ore e ore all’interno, si pagava un biglietto e si guardava tre volte il film, perché quello era un luogo di ritrovo dove i ragazzi schiamazzavano, dove tra un fugace bacio con l’amichetta, le risate e i rumori che echeggiavano in sala, parte della trama andava persa.

Il tempo passa e noi invecchiamo, dicono, lasciando spazio ai ricordi, mentre camminano.

Al loro fianco scorrono i vari negozi e si sprecano i “ciao” e i “buongiorno”.

“Principe?”, chiede Vito. Franco annuisce ed entrano nel locale un tempo frequentatissimo, almeno da loro. Negli anni il bar è stato completamente rinnovato. Prima era molto più grande ed entrambi ricordano benissimo le sfide a biliardo, il calcio balilla e i tornei a briscola giocati in quello che ora è lo studio di un medico.

Ordinano due bianchi, e con il bicchiere in mano parlano del quartiere, delle problematiche che ci sono, di quanto sia grande Oltrisarco.

Via Maso della Pieve, la zona industriale, Aslago.

Cosa c’entra Aslago con via Claudia Augusta, il cuore d’Oltrisarco?, si chiedono. Sono distanti anni luce. La distanza la rappresenta bene un muretto che si trova tra la zona popolata prevalentemente da abitanti di madrelingua tedesca e una delle vie in cui ci sono anche gli italiani. Un muro tra due vie.

Poi, Franco si ricorda di quando le scuole elementari Tambosi erano ancora chiuse e le Gianni Rodari si chiamavano Rudolf Stolz. I bambini, sia italiani che tedeschi, frequentavano lo stesso edificio e quando facevano la pausa insieme, capitava che si tirassero le pietre. Chissà se la cosa è cambiata tra i giovani d’oggi?, si chiede.

Leggendo i giornali sulle cose che avvengono in Alto Adige si hanno sempre notizie di parte, pensa. Dove sta la verità?

Perché una terra che è votata al Sacro Cuore di Gesù non è ricolma in ogni dove del suo amore?

Vorrebbe vedere la fratellanza tra i popoli, da sognatore qual è, gli fanno male gli articoli che legge sul giornale e che creano un solco tra due popoli che sembra si sopportino senza guardarsi, come immersi in una sincera indifferenza: Io faccio quello che mi pare di qua, tu fai quello che ti pare di là. Certo, ci sono i conoscenti di lingua tedesca, qualche amico forse, ma dov’è quella meravigliosa condivisione che Franco vorrebbe?

Si volta, guarda Vito e pensa che la cosa sarà molto difficile.

“Spostano l’alpino!” gli dice l’amico accigliato, vedendo i titoli della prima pagina dell’Alto Adige. “In una caserma da qualche parte. Io proprio non capisco. Come se un alpino fosse un simbolo fascista.” 

Finisce il bianco e ne ordina altri due, mentre Franco attende il fiume in piena che sta per uscire dalla sua bocca.

“Non hanno voluto il raduno degli alpini a Bolzano quest’anno perché è il bicentenario della morte di Andreas Hofer. Ma a Mantova lo hanno fucilato i francesi e non gli italiani! E poi lo aveva tradito un compaesano!” Butta giù il bianco con foga. “Era una provocazione il raduno a Bolzano, dicono. Una provocazione!”, s’infervora Vito.

“Mi ricordo che sotto naia c’erano insieme a me dei tipi di Sarentino che erano orgogliosi d’essere alpini. Guarda che non sono tutti degli estremisti.”, lo incalza Franco. “Dobbiamo fare i distinguo. Ce n’è di gente in gamba.”

“A volte me la meni con la storia del Sacro Cuore di Gesù. Questi accendono i falò sulla montagna e poi rimpiangono i nazisti.”, continua Vito.

Ci sono momenti in cui Franco non sa cosa proprio dirgli, non riesce ad intervenire, vorrebbe parlargli di quello che questa terra potrebbe essere. Pensa al Sacro Cuore trafitto dalle spine dell’odio.

Il padre di Vito era stato fucilato dai nazisti quando la madre era ancora incinta, lungo le mura dello stabilimento Lancia, insieme ad altri undici operai che avevano organizzato nella zona industriale un gruppo di resistenza. Per anni, andando a lavorare, era passato davanti allo stesso muro e aveva immaginato mille e più volte suo padre che fieramente aveva mostrato il viso alla morte vestita con le uniforme del Reich. Lo immaginava accasciarsi insieme agli altri undici come un eroe.

“Sei un sognatore. In questa terra non ci sarà mai convivenza”, sentenzia Vito, rivolto a Franco, lo sguardo fisso verso qualche punto indistinto, il bicchiere saldamente in mano.

È talmente fermo nelle sue parole, talmente convinto e risoluto, che Franco teme che questa sia la verità ultima, definitiva, quella che formerà il destino. Questo lo annichilisce, si sente svuotato, e si chiede se in realtà non ci sia qualche speranza. In questi casi l’unica àncora di salvezza che sente dentro è la preghiera, e mentre tra di loro scende il silenzio, nell’animo cerca tutte le preghiere che conosce. Le recita nella sua mente mentre ha i denti serrati.

Prega di trovare le parole e un segno che gli possa indicare ciò che accadrà. Non vuole smettere di credere che l’Alto Adige possa diventare un paradiso in terra, dove ogni popolo si senta a casa propria, dove ciò che conta non è la lingua che parli, ma il cuore che hai.

Forse sono i bianchi bevuti, o forse è lo sconforto che sente il quel momento, ma sente il bisogno di uscire dal locale, di prendere aria. Franco tira fuori una banconota da cinque euro, verde come i dollari, la contempla vedendo i ponti che dovrebbero simboleggiare l’unione tra i popoli, e tra sé e sé si chiede come possano unirli, se un ponte riesce a separare una città da un quartiere e a volte basta un muretto per creare l’abisso.

Escono dal bar. Franco si guarda intorno. Serrande abbassate o negozi che cambiano insegne e gestore. Le parole di Vito gli sembrano lontane, distanti, quasi non fossero mai state dette.

Forse con le esperienze dell’amico anche lui non avrebbe più creduto nella convivenza, forse anche lui avrebbe pensato all’impossibilità di vivere con cuore aperto la speranza di un’unione che vada oltre le barriere linguistiche, per portare la gente a considerarsi un solo popolo.

Pensa a Oltrisarco con persone arrivate da tutto il mondo, dalla Cina, dal Pakistan, dall’Albania, dalla Romania. Più del dieci per cento degli abitanti del quartiere sono immigrati, e tra i bambini sono addirittura la maggioranza. Spera che siano loro a creare un nuovo modo di vivere insieme. Magari proprio la presenza degli immigrati potrebbe portare a superare le barriere. Sogna ad occhi aperti.

I punti di vista nascono dalle esperienze, pensa Franco, ricordando che è stato un soldato nazista a salvargli la vita quando aveva appena un anno, durante i bombardamenti del ’44, quando veniva bombardata tutta la linea ferroviaria lungo Oltrisarco, fino alla stazione.

Un giorno sua madre si trovava con lui in braccio nel sottopasso vicino a Ponte Loreto. La gente, accalcata sotto il cavalcavia, spingeva e spingeva, e il bambino stava diventando viola, rischiando di soffocare, quando all’improvviso un soldato tedesco, che per chissà quale motivo si trovava lì, era riuscito a fare scudo con il suo corpo alla madre di Franco e per tutta la durata del bombardamento aveva tenuto il bambino sollevato, per farlo respirare. Nonostante la fatica, non aveva calato le braccia per un attimo. Quando non si sentirono più gli aerei alleati, il tedesco si era dileguato e sua madre non seppe mai il suo nome. Da quando era piccolo, però, gl’insegnò a giudicare le persone dal cuore, non dall’uniforme, dalla lingua o da qualsiasi altro motivo che non fosse il cuore di un uomo.

Il cuore è la misura di tutto, pensa, e ricorda le volte che Vito, nonostante il suo fare burbero e l’atteggiamento a volte razzista, ha aiutato delle persone senza chiedere dazio. Senza distinzioni.

Si ricorda di quando l’amico da ragazzo difendeva i bambini più piccoli dai soprusi dei bulli che c’erano allora nel quartiere. Quante ne aveva prese per loro, ma quante ne aveva anche date.

Un tempo era il suo eroe, lo ammirava. Lo vedeva forte quanto lui si sentiva fragile. Aveva cominciato ad imitarlo per poter essere come lui. Quante cose aveva fatto insieme a Vito nel loro amato quartiere: avevano giocato nei bunker, passeggiato per i boschi raccogliendo castagne, avevano sentito gli anziani, che ascoltavano rapiti, raccontare della guerra, o di quando un tempo c’era la funicolare del Virgolo e la grande veranda panoramica era quasi sempre affollata da persone  ai concerti serali e alle serate danzanti.

Tutto questo per loro era magico, il racconto incredibile di persone che sembravano avere la conoscenza di tutto, non come ora che ogni ragazzino può andare su internet e sbugiardare i vecchietti che ricordano il passato condendolo di poesia, esagerando qua e là qualche dettaglio.

Franco vorrebbe che proprio da Oltrisarco partisse la grande speranza di un futuro condiviso, nel quale vedere di più le cose che uniscono rispetto a quelle che separano.

Il profumo delle rose proveniente dal baracchino dei fiori di via Claudia Augusta lo riporta al qui e ora, ritorna al semaforo, alla strada da attraversare.

Appena scatta il verde, i due amici s’avviano verso il vicolo che li porterà al parco Mignone, dove, come ogni sabato, concludono la loro passeggiata e si salutano dandosi appuntamento a quello successivo.

Dall’altro lato della strada li attende la fragranza del pane di uno dei più noti panifici di Bolzano. Franco rimpiange le chiacchierate con il proprietario della storica merceria che c’era al suo posto e mentre guarda la sala scommesse aperta da poco, rimpiange anche le bische clandestine, dove si ritrovava con Vito e altri a giocare a soldi.

 A cosa stavo pensando?, si chiede. A volte i pensieri si confondono, forse per i bianchi bevuti o forse per l’età.

Ripensa alla discussione con Vito e i ricordi che lo hanno assalito.

“Il tempo passa e noi invecchiamo”, dice.

“È una ruota che gira”, gli risponde Vito, con fare distaccato e la faccia scura. 

Non ama parlare della situazione in Alto Adige, lo indispone, e dopo che ne hanno parlato tiene sempre il broncio per il resto dell’incontro. È inutile tirare fuori altri argomenti, Franco lo sa, come sa che il resto della passeggiata sarà un calvario, com’è successo tante altre volte. Tra lunghi silenzi e qualche frase borbottata, il percorso diventa uno sfondo per i loro pensieri.

Attraversano il portone che si trova tra via Claudia Augusta e via Aslago, dopo essere passati davanti al piccolo supermercato, percorrono la via laterale, mentre dall’altro lato della strada, nei cortili delle basse case, bambini di colore giocano al pallone, gridano e ridono in una lingua che entrambi non conoscono. Franco sorride vedendoli, mentre Vito si fa ancora più torvo in viso.

Franco vorrebbe dirgli qualcosa, ma pensa che sia inutile, e così, rassegnato come sempre all’atteggiamento dell’amico, prosegue la passeggiata. Non vede l’ora di sedersi su di una panchina, di fermarsi per riflettere con calma, quando Vito lo saluterà per proseguire il giro di bianchi in altri bar, con altre persone che finalmente gli daranno ragione sull’impossibilità della convivenza.

A Vito non piace essere contraddetto, pensa che il suo punto di vista sia quello giusto, quello oggettivo. Non riesce a concepirne altri, e Franco lo sa.

Si è chiesto più di una volta cosa lo porta ad incontrarsi ancora con lui e restargli amico. Ai suoi occhi l’eroe dell’infanzia è ormai svanito da tempo. Forse ha semplicemente deciso di voler bene alle persone nonostante i loro difetti e le idee che non è in grado di condividere.

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, dice Gesù nel Vangelo secondo Giovanni.

Si sforza di seguire questo comandamento, ma lo sente difficile, lontano dalla natura umana.

Franco ha cominciato ad avere fede da poco e gli sembra quasi di voler recuperare il tempo perduto.

Vito, dal canto suo, rimpiange il vecchio Franco, il bevitore incallito e giocatore d’azzardo, uno di quelli che si facevano rispettare e che ora gli sembra l’ombra sbiadita di un tempo. Lo frequenta ancora pensando che possa tornare l’amico di un tempo, perché non gli piacciono le sue storie su Gesù e l’amore, sulla speranza e la carità, sul Sacro Cuore e l’importanza della confessione. Lui è un realista, un pragmatico, che guarda le cose come sono, e non vola con la fantasia, perché la vita è fatta così. L’uomo per lui non cambierà mai, se non a legnate.

Il silenzio diventa assordante, finché Vito saluta Franco all’imbocco della stradina sterrata che porta verso il parco.

“Vado a bermi un bianco al Bar Pia” gli dice. “Se vuoi venire…”

Franco gli tende la mano e salutandolo si chiede se si risentiranno o meno, oppure se è giunto il tempo di liberarsi del passato e camminare su strade nuove.

I due si voltano e proseguono il loro cammino, uno da una parte e uno dall’altra.

Nel parco Franco vede dei bambini che giocano e si rincorrono, che si lanciano il pallone e giocano a darsela, e poi persone con i cani al guinzaglio che lo salutano e gli sorridono. Si guarda in giro e rivede il parco Mignone con gli occhi di quando era piccolo e proprio lì venivano provati i carri armati in dotazione all’esercito, mentre un sacco di bambini e di giovani guardavano il tutto  affascinati da quello che sembrava loro un grande gioco.

La caserma era parte integrante della vita di Oltrisarco e pure della sua vita. Certe volte lui, Vito e altri ragazzi, dopo avere scavalcato la recinzione per vedere più da vicino, si facevano prendere dai soldati che li rinchiudevano in una grande stanza e facevano loro la ramanzina del caso. Poi arrivava il maresciallo Coletti, con un vassoio pieno di panini con il salame. Per loro, che avevano sempre fame, era il paradiso.

Alla Mignone Franco aveva fatto il  militare, e gli sembrava strano pensare ai tanti mesi passati lì, dove ora ci sono tutte quelle case con balcone e terrazza, in cui abitano famiglie che lui non conosce e che non hanno mai visto la caserma che lui ha amato.

Cammina, vedendo il parco di oggi, mentre nei suoi pensieri il passato e il presente si sovrappongono. Vede i cingolati d’un tempo passare sopra la terra battuta, dove ora l’erba ricopre il grande prato. E rivede i concerti, le feste dell’Unità, lui e sua moglie che ballano sulle note di Romagna mia, le sfilate di moda e i balli latinoamericani.

Percorre la stradina sterrata. Guarda la panchina sulla quale un giorno aveva pianto per la morte di un amico, dove con lui aveva tante volte riso sulle barzellette che si raccontavano. Decide d’andare oltre, vuole sedersi senza avere pensieri nella testa, lasciando che il silenzio domini.

Cammina verso i giochi per i bambini, guarda le altalene e va oltre. Prosegue verso una delle due panchine, quella più a destra è libera.

Sull’altra una giovane signora con accanto un passeggino ha tra le mani un libro, col sorriso sulle labbra sembra assaporare avidamente le parole che il suo sguardo incontra. Franco cerca di sbirciare senza dare nell’occhio per carpire il titolo, ma non riesce nell’intento. Dispiaciuto va avanti, chiedendosi cosa stia leggendo la donna, in quali mondi stia viaggiando il suo pensiero.

In quanti mondi s’è perso lui negli anni, per amore della lettura.

Si siede abbandonandosi, come se la panchina lo stesse aspettando per accoglierlo e rassicurarlo. Ripensa a Vito, alla convivenza e ai ricordi del quartiere, chiedendosi cosa leghi ogni cosa. Da lontano osserva la casetta di legno con i disegni dei bambini e si chiede se una mano nascosta stia tratteggiando la sua storia, come in un disegno, scrivendo ciò che prova e vede.

Ripensa alle parole del nuovo vescovo di Bolzano che dice d’andare oltre gli steccati che separano i vari gruppi linguistici. Immagina il mescolarsi del meglio dei due popoli, la concretezza dei tedeschi e la passione degli italiani, e una società multietnica in cui ogni essere umano si senta a casa propria.

Si fa il segno della croce mentalmente, perché non vuole che altri lo notino, e si mette a pregare tra sé e sé, mentre bambini e bambine, biondi e mori, cinesi e di colore, giocano nel prato, sulle altalene e sullo scivolo. Un tuono in lontananza gli fa alzare lo sguardo verso il cielo nuvoloso, ma senza distoglierlo dalla preghiera.

È sabato, e così recita nella sua mente i misteri gioiosi. Rivive l’annunciazione e la nascita di Gesù in una stalla, e la gioia lo riempie. Finisce il rosario e chiede al cielo un segno per il futuro di questa terra meravigliosa, con il desiderio che la sua preghiera venga accolta dall’alto.

Come sarà il futuro di questa terra? si chiede. Nell’attimo stesso nel quale finisce di formulare la domanda, il cielo sembra rispondergli.

Un raggio di sole, solitario ma inequivocabile, squarcia il cielo grigio e colpisce una coppia di bambini che guardano verso l’alto sorridendo, mentre la luce del sole sembra indugiare su di loro. Si tengono per mano, lei bionda con gli occhi azzurri, lui con la pelle nera e i denti bianchissimi che mostra in un sorriso enorme. La luce li circonda, e agli occhi di Franco quei bambini sembrano due angeli donati dal cielo. Vede in loro il futuro, due novelli Adamo ed Eva di una nuova umanità.

V-Visitors

Ai confini della realtà-6

NB: In questa serie di articoli vengono riportate informazioni non coincidenti con l’opinione dell’autore dello stesso o di collaboratori del blog.

Qualcuno di voi appassionato di fantascienza forse si ricorderà della serie citata nel titolo: V-Visitors. In sintesi la Terra entrava in contatto con una razza aliena all’apparenza amichevole, ma che invece cerca di dominare il genere umano nascondendo le proprie sembianze da rettile.

Leggendo queste righe qualcuno forse potrebbe chiedersi cosa c’entri con quello che ho scritto fino a ora nei miei articoli. In realtà però esiste una teoria definita “cospirazionista” che ha un seguito molto ampio nel mondo che crede che il nostro pianeta sia dominato da esseri extraterrestri chiamati “rettiliani” a causa delle loro sembianze.

Molti potenti della Terra sarebbero esponenti di questa razza che grazie alla capacità di alterare la percezione delle persone possono girare indisturbati. Qualcuno ipotizza addirittura che siano dei mutaforma che nella loro versione naturale hanno una forma rettiloide. Secondo questa visione tra gli alieni mutanti che si sono infiltrati nel mondo ci sarebbero la famiglia dei reali inglesi, la famiglia Bush, Bill e Hillary Clinton, Tony Blair, Barack Obama, Donald Trump, George Soros, ma anche Mark Zuckerberg, Justin Bieber, Miley Cirus e molti altri.

Alcuni di voi potrebbero ridere della cosa. Il fatto è che l’autore che per primo ha proposto questa visione nei suoi libri ha un successo incredibile, vendendo un numero considerevole di copie dei suoi libri in tutto il mondo.

Personalmente lo conosco da oltre vent’anni, ma l’ho sempre trovato folcroristico e non degno di particolare attenzione. In questi ultimi anni però la sua fama sta aumentando costantemente e addirittura viene considerato da alcuni movimenti vicini alle teorie del complotto una guida illuminata.

Il suo nome è David Icke. Basta fare alcune ricerche su di lui per vedere quanti articoli gli sono stati dedicati. Anche vari siti di crescita personale lo menzionano per alcune cose che ha scritto.

Nei suoi libri c’è una descrizione molto dettagliata della cospirazione che secondo lui sarebbe in atto. Nel libro “Il segreto più nascosto-Il libro che può cambiare la tua vita” del 1999 affermò che il pianeta sarebbe controllato da questa razza aliena che farebbe parte della “Fratellanza Babilonese”. Secondo lui i rettiliani sarebbero originari del sistema stellare Alpha Draconis. Arrivò addirittura a scrivere che una confidente di Lady D, tale Christine Fitzgerald, guaritrice e interessata all’esoterismo, avrebbe ricevuto da lei la confidenza del fatto che Lady D stessa credeva che la famiglia reale inglese fosse rettiliana.

Ovviamente non sono le uniche teorie delle quali David Icke scrive nei suoi libri. A ogni modo in qualsiasi sito andiate a vedere le recensioni che sono state fatte sulle cose che ha scritto troverete dei punteggi molto alti per titoli come:

-Guida alla cospirazione globale

-Alice nel paese delle meraviglie e il disastro delle torri gemelle

-L’imbroglio della realtà e l’inganno della percezione

-Figli di Matrix

-E la verità vi renderà liberi

…Solo per citarne alcuni.

Un giorno ero con una persona che conoscevo da tempo che suonava in una band. Normalmente parlavamo di musica, ma capitò di parlare di crescita personale e di percezione e costui mi disse con sorriso soddisfatto e sguardo fiero: “Io leggo i libri di David Icke.”

V’assicuro che è possibile che tra le persone che conoscete ci sia qualcuno che crede nei rettiliani.

Una stima apparsa in America attesta che circa 12 milioni di americani pare credano nel complotto rettiliano.

Il nostro viaggio “Ai confini della realtà” continua.

Caro amico ti scrivo

In origine avevo iniziato con questo blog per focalizzare la mia intenzione prevalentemente sulla crescita personale. Come sapete da oltre vent’anni studio diverse discipline che mi hanno portato ad avere esperienze spirituali meravigliose e una qualità di vita che mai, nemmeno nei miei sogni più arditi, avrei immaginato.

Se mi avessero detto da giovane che avrei avuto la possibilità di stare come mi sento ora a livello interiore non avrei fatto solo una firma, ne avrei fatte mille. Nel mio libro “Sposta le tue montagne” ho condiviso alcune mie riflessioni ed esperienze perché il mio desiderio é quello di poter aiutare le persone a stare meglio. Se io che ero stato fortemente ateo e avevo una visione molto negativa della vita sono cambiato allora, ho pensato, chiunque può cambiare.

Ne sono tuttora convinto e nei miei articoli continuerò a scrivere anche di queste tematiche.

Oggi però non vi scrivo di questo, ma del mio amore per la scrittura, del mio desiderio di condividere con voi qui sul mio blog anche brevi racconti che ho scritto.

Scrivere per alcuni è un po’ come respirare. Una necessità. Ed è anche un modo attraverso il quale elaborare e filtrare il mondo esterno e il proprio mondo interiore per aprire nuove porte nella coscienza.

I libri di crescita personale sono sicuramente importanti per chi desidera avere delle indicazioni da parte di chi magari ha già realizzato degli obiettivi. Personalmente però amo molto anche la narrativa, anche perché attraverso di essa si possono gettare dei semi sulla percezione del mondo che possono portare a sua volta a una crescita personale importante.

Prendiamo l’esempio di autori come Luigi Pirandello e Hermann Hesse, che nei loro scritti hanno donato perle di saggezza importanti, oltre a mostrare una profonda conoscenza di tematiche dal carattere religioso e spirituale.

Qualcuno forse si ricorderà ne “Il fu Mattia Pascal” le digressioni sulla società teosofica, molto in voga all’epoca, con citazione di autori quali Leadbeater, membro della stessa, e Allan Kardec, lo spiritista più conosciuto del periodo, oltre alla descrizione di una seduta spiritica, che mostrano il suo interesse per la dimensione trascendente.

Per Pirandello ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri è la coscienza della propria esistenza, il nostro sentirci vivi, che definisce la nostra percezione della realtà.

In “Uno, nessuno e centomila” la vita del protagonista cambia radicalmente quando egli prende coscienza di un aspetto del quale non si era mai accorto del suo viso (il naso storto) che lo porta a chiedersi quale fosse il suo vero essere, visto che ogni persona lo vedeva in un modo che dipendeva dalla percezione che di lui avevano. Magistrale la scena nella quale egli è in una stanza con sua moglie, il suo socio e il suo cane, e immagina se stesso visto da ognuno di questi punti di vista, vedendosi così molteplice, ma in quanto molteplice alla fine in realtà non sentendosi più nessuno.

In questo senso già il titolo è un’indicazione sulla percezione che il protagonista ha di sé. Perché se centomila uomini lo vedono dall’esterno, allora esistono centomila visioni di quello che egli è. Centomila e nessuna.

Hermann Hesse invece nei suoi libri tocca l’essenza stessa della spiritualità, del desiderio dell’uomo di essere libero, ma al contempo amato e abbandonato a una dimensione superiore che in ogni momento è presente nonostante i singoli fallimenti dell’essere umano. Sono straordinari in tal senso “Siddharta”, “Demian” e lo splendido “Narciso e Boccadoro”, dove egli tocca dei vertici di poesia pura nella sua prosa in un tedesco che assurge a vette eccelse.

Secondo Salman Rushdie, tra gli altri, la narrativa ci può portare a mostrare la verità attraverso la finzione. Essa può indagare gli aspetti più nascosti dell’animo umano e mostrarci l’essenza stessa dell’essere.

Per quanto mi riguarda la scrittura è sia arte e sia artigianato, nel senso che oltre al talento necessario serve un lavoro di riscrittura che permetta d’esprimere al meglio le proprie intenzioni a livello d’espressione emozionale e non solo. Come lo scultore da un pezzo di marmo estrae la sua opera, così lo scrittore da una forma grezza deve limare ogni frase, asciugarla, trovare le giuste distanze tra i personaggi, l’intreccio e la storia. Serve disciplina, costanza e tempo.

Sono un lettore esigente e spesso le cose che ho scritto in passato non mi sono piaciute. Soltanto quando scrivo cose che veramente trovo valide ho la voglia di condividerle. Gli articoli di questo blog invece mi risultano più semplici da scrivere, soprattutto perché raccontano di avvenimenti del mondo concreto.

Nella narrativa e nella prosa invece dobbiamo lasciare che siano le azioni e le parole dei personaggi a darci la loro dimensione, a mostrarci il loro mondo. Ha per esempio, più forza una cosa evocata, rispetto al fatto stesso di mostrarla.

In questo caso faccio l’esempio che ho maggiormente ammirato, che però viene dal cinema. Il linguaggio cinematografico ovviamente è diverso, ha altre esigenze sia a livello narrativo e sia livello d’espressione. Nel film “Seven” del regista David Fincher un serial killer uccide utilizzando come riferimenti per i suoi delitti i sette vizi capitali. Ebbene, in tutto il film non vediamo mai un omicidio, non vediamo mai il momento della violenza, essa viene sempre solamente evocata, donando al film una tensione incredibile.

Il linguaggio può essere usato in molti modi. L’utilizzo della grammatica, della sintassi, delle immagini, delle descrizioni, dei dialoghi oppure la mancanza di essi ci portano a conoscere meglio un autore e il suo mondo.

Scrivere ti porta a conoscere delle cose del tuo essere che a volte non immaginavi nemmeno d’avere.

A volte lasciare libero il flusso della coscienza nella scrittura ti porta a risposte delle quali non conoscevi nemmeno le domande. Scrivere può essere una forma di terapia, dove lasciare uscire cose che sono ferme, immobili, dentro di te da tempo, ma che aspettano solamente che tu dia loro la possibilità di manifestarsi. Questo sia per le cose che a volte non vogliamo riconoscere in noi stessi, ma anche per idee nuove che ci aprono strade nel pensiero che possono cambiarci nel profondo.

Ogni autore ha una sua voce. A me piacerebbe farvi conoscere più da vicino la mia. Per questo l’idea di pubblicare sul mio blog alcuni brevi racconti mi dona gioia. Alcuni sono lì, in un cassetto (o in un a cartella sul pc), da tempo ad aspettare un pubblico che possa emozionarsi.

In passato credevo che la mia scrittura non fosse ancora matura, che dovesse migliorare, e certamente non si smette mai di crescere, contemporaneamente però rileggendo delle cose che ho scritto ho avuto le lacrime agli occhi, ho gioito, ho sofferto, e mi sono reso conto che la gioia della scrittura e della rilettura di quello che ho scritto è grandissima. Per questo desidero condividerle con voi.

Mi auguro che desideriate accompagnarmi in questo nuovo viaggio, dove spero che quello che scrivo possa emozionarvi quanto mi sono emozionato io leggendo i libri che maggiormente amo.

I pianeti celesti

Ai confini della realtà-5

NB: In questa serie di articoli vengono riportate informazioni non coincidenti con l’opinione dell’autore dello stesso o di collaboratori del blog.

In Occidente le persone nutrono una certa curiosità e simpatia per la spiritualità orientale, le cui religioni vengono a volte viste in maniera estremamente romantica. Spesso però non c’è conoscenza riguardo alle credenze che queste religioni hanno. In questo post cominciamo a raccontare un aspetto che è poco conosciuto da noi, ma che fa parte delle credenze di una delle religioni più diffuse nel mondo: l’induismo.

In tutto il mondo oltre un miliardo di persone praticano questa religione. In realtà avendo un pantheon di divinità vastissimo, e diversi sistemi filosofici che risultano integrati negli aspetti fondamentali, ma profondamente distanti su vari aspetti, l’induismo è una religione che non può essere definita o spiegata con un semplice post.

Molti di voi sanno che le religioni orientali come l’induismo e il buddismo credono nella reincarnazione, cosa che ormai viene accettata a livello concettuale anche da milioni di persone che si definiscono cristiane. Ciò di cui scriverò oggi però è ignota a molti, anche se tocca da vicino un altro tema molto noto e dibattuto: quello del “karma”.

“Karma” è una parola che probabilmente avete già sentito, e rappresenta quella che nell’induismo e nel buddismo viene a volte definita anche come “eterna legge di causa ed effetto.” Essenzialmente secondo questa visione, definita per l’appunto “legge del karma”, questa governerebbe la vita degli esseri umani facendo sì che a ogni pensiero, parola e azione corrisponda l’effetto positivo o negativo posti in ognuno di questi aspetti.

Si ricordi, per esempio, il precetto buddista di retto pensiero, retta parola e retta azione del quale a volte anche il Dalai Lama ha parlato in pubblico. Nella visione cristiana potremmo dire che si raccoglie ciò che si ha seminato.

Nella visione orientale però il karma oltre ad avere conseguenze dirette nella vita delle persone influisce anche su quello che sarà il destino dell’anima dopo la morte. A volte può capitare di sentire storie di persone che si sono, a causa delle loro azioni sbagliate nelle vite precedenti, reincarnate in animali, ma nemmeno all’interno delle religioni orientali che utilizzano il concetto di karma c’è una visione univoca in tal senso.

Forse avete sentito dire le frasi “Quello/a ha un buon/pessimo karma.”

Le radici delle sfortune attuali potrebbero quindi, secondo questa visione, risalire a incarnazioni precedenti.

In questo post però andiamo oltre a queste considerazioni, già di per sé affascinanti, per concentrarci invece sui “pianeti celesti” del titolo. Questo perché secondo una parte di fedeli dell’induismo le persone particolarmente rette potrebbero addirittura incarnarsi in quelli che vengono definiti “loka”, cioè mondi o pianeti, potendo vivere su un altro livello di coscienza rispetto a quello presente sul nostro. I “loka” sarebbero popolati dalle varie divinità e la persona che raggiunge questi mondi ha la possibilità di viverci essa stessa come una divinità.

Come saprete però nell’induismo e nel buddismo in realtà l’obiettivo finale è quello di terminare l’eterno ciclo di reincarnazioni. Nell’induismo colui che raggiunge il cosiddetto “samadhi”, termina il “samsara” (il ciclo di reincarnazioni) e così l'”atman” (l’anima individuale) si fonde nel “brahman” (l’anima universale). Nel buddismo invece colui che ha raggiunto il “Nirvana” perde la propria identità disperdendosi definitivamente in esso.

Questi concetti, ovviamente, sono più complessi e non hanno, neanche secondo le varie filosofie considerate comunque ortodosse da queste religioni al proprio interno, una visione univoca.

Quello che invece riguarda il nostro viaggio “Ai confini della realtà” è dato in questo caso dalla credenza della possibilità dell’essere umano di potersi reincarnare in altri mondi, anche se inevitabilmente verremmo attirati nuovamente su questo pianeta prima del raggiungimento della meta finale dell’individuo secondo la visione induista.

Uno dei maestri spirituali induisti più conosciuti nel mondo occidentale, A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, ha anche dedicato a questo tema alcuni suoi scritti pubblicati dal movimento induista da lui creato, il Movimento per la coscienza di Krishna, i cui adepti sono da molti conosciuti come Hare Krishna.

Esisterebbero i pianeti celesti come Kṛṣṇaloka, Brahmaloka, Devaloka, ma anche quello infernale chiamato Narakaloka, dove si subirebbero lunghi tormenti a causa delle proprie colpe.

Come scritto a volte noi occidentali abbiamo una visione romantica di quello che sono le religioni orientali, senza magari conoscere questi aspetti. Prima di raccontare però altro al riguardo continuiamo il nostro viaggio “Ai confini della realtà”.

Il muro del fuoco

Ai confini della realtà-4

NB: In questa serie di articoli vengono riportate informazioni non coincidenti con l’opinione dell’autore dello stesso o di collaboratori del blog.

Molti di voi probabilmente hanno sentito parlare di Scientology. Ma quali sono le credenze dei suoi adepti?

In questo articolo non indagheremo a fondo al riguardo di quella che in alcuni stati, come Stati Uniti e Australia, è riconosciuta ufficialmente come religione. Ritengo però che già le poche informazioni, che potrete facilmente reperire su vari siti, che darò vi possano far capire perché ho deciso di scrivere qualcosa al riguardo in questa serie di post.

Non scriverò delle accuse che a Scientology vengono mosse apertamente da molti. Esistono innumerevoli articoli al riguardo e ci sono anche alcuni documentari che se ne sono occupati ampiamente, come “Going Clear”, vincitore tra l’altro del Premio Emmy come miglior documentario del 2015, che potete trovare su Netflix.

Cosa porta Scientology “ai confini della realtà”?

Forse sapete che il fondatore si chiamava L.Ron Hubbard, che gli adepti a volte definiscono “la fonte”. Nel 1950 ebbe un successo editoriale incredibile con un libro intitolato “Dianetics-La moderna scienza della salute mentale” che vendette oltre venti milioni di copie. Pur essendo rigettato dalla comunità scientifica e psichiatrica L.Ron Hubbard divenne in breve tempo una guida per molte persone e fondò successivamente come conseguenza, nel 1954, Scientology.

Prima di scrivere “Dianetics” Hubbard era conosciuto come scrittore, di storie pulp e western, con molti racconti e romanzi di fantascienza che fanno parte di quella che viene chiamata la “Golden Age” (“L’età d’oro”) della fantascienza moderna.

Scientology afferma di occuparsi della crescita spirituale dei suoi adepti. Questi seguono una serie di corsi (a pagamento) per crescere in tal senso, oltre a fare quello che viene chiamato auditing. Si tratta di un sistema dove la persona prende in mano degli elettrodi di una macchina creata appositamente, mentre il cosiddetto “auditor” pone delle domande fino a quando la reazione emotiva, visibile sull’apparecchio secondo questa versione dei fatti, non viene azzerata.

In Scientology si parla dei cosiddetti “thetan”, che sarebbe il modo nel quale viene definito quello che noi normalmente chiameremmo “spirito”, che rappresentano la nostra vera essenza. Questo però viene limitato nel mondo materiale da quelli che vengono definiti “engram”, cioè ricordi e traumi memorizzati nel tempo.

L’obiettivo è quello di raggiungere lo stato di “clear” (limpido), dove verrebbe completamente annullata quella che viene definita “mente reattiva”. La persona quindi fino a quando non è diventata “clear”, secondo questa visione, è destinata a essere condizionata dai suoi traumi passati e quindi a reagire alle situazioni in funzione di ricordi precedenti.

Per raggiungere questo stato ci sono vari corsi sempre forniti da Scientology da fare.

Dopo avere raggiunto lo stato di “clear” ci sono quelli che porterebbero a utilizzare le capacità psichiche latenti in livelli definiti “OT”, l’acronimo di “Operathing Thetan”, cioé “thetan operativo”.

In questo caso mi soffermo sulle informazioni, segrete secondo l’organizzazione, ma pubblicate in moltissimi siti da ex adepti di Scientology, del livello definito OT3, dal quale il post prende il titolo. Negli anni ho letto molte testimonianze di ex adepti usciti da Scientology, e alcuni hanno lasciato la “Chiesa” proprio dopo le rivelazioni di questo livello d’apprendimento.

Secondo queste informazioni 75 milioni di anni fa (avete letto bene:75 milioni di anni fa) esisteva una Confederazione Galattica composta da 21 stelle e 76 pianeti, tra i quali la Terra, governato dal malvagio Xenu, che fece uccidere miliardi di esseri viventi per superare definitivamente il problema della sovrappopolazione dei mondi della Confederazione. La gente venne uccisa e i loro thetan imprigionati furono posizionati vicino ad alcuni vulcani attivi e bombardati con bombe all’idrogeno.

L’evento viene anche chiamato “Il muro di fuoco”.

Questo sarebbe uno dei grandi traumi del passato spirituale del genere umano.

Ovviamente ci sono molte più cose in OT3, e i livelli di Scientology arrivano attualmente fino a OT8.

Credo che però possano bastare a essere considerate “Ai confini della realtà”.

Il pianeta di Dio

Ai confini della realtà-3

NB: In questa serie di articoli vengono riportate informazioni non coincidenti con l’opinione dell’autore dello stesso o di collaboratori del blog.

Dopo qualche tempo riprendo gli articoli “Ai confini della realtà” dove vi scrivo di un movimento religioso che ha milioni di adepti. Avete letto bene: Le persone che professano questa religione sono milioni. Probabilmente anche voi ne conoscete qualche esponente.

Perché intitolare il post “Il pianeta di Dio”?

Perché secondo la credenza di queste persone Dio, un ex umano che ha raggiunto la perfezione, vivrebbe su un pianeta chiamato Kolob, dove anche Gesù Cristo si troverebbe attualmente. A ogni modo però non tutti i teologi di questa religione sono concordi se Kolob sia una stella o un pianeta.

Vediamo cosa rende questa religione così particolare per chi non la conosce.

“La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”, così viene da loro chiamata ufficialmente, ha attualmente circa 16 milioni di adepti nel mondo e sui 26 mila in Italia. Molti di voi li conoscono come “mormoni”.

Pur essendo considerata una Chiesa cristiana, avendo Gesù Cristo come Salvatore, Redentore e Figlio di Dio, essa si discosta di molto per una serie di ragioni.

Il Dio della teologia mormone ha un corpo in carne e ossa, è il Padre come vien immaginato in alcuni dipinti del passato. A volte chiamato Elohim, egli avrebbe vissuto la sua vita da uomo raggiungendo la perfezione e così dalla materia pre-esistente nella nostra zona dell’Universo, non dal Nulla, avrebbe creato il nostro mondo e con sua moglie, una delle Dee, avrebbe concepito gli spiriti di tutti gli esseri umani. Egli non sarebbe l’unico Dio, e anzi l’uomo stesso può raggiungere lo stesso stato. Esisterebbero infatti innumerevoli altri mondi dove vivono altri Dei.

Gesù sarebbe il suo primogenito. Nostro fratello.

Dio vedendo il peccato diffondersi nel nostro mondo sarebbe tornato da Kolob per unirsi carnalmente a Maria e dare così un corpo fisico adatto al proprio figlio primogenito. Gesù dopo la sua risurrezione sarebbe poi apparso alle popolazioni native americane per diffondere il verbo in quello che sarebbe diventato il nuovo mondo.

Questo è quello che racconta “Il libro di Mormon”, che Joseph Smith, fondatore della religione, avrebbe tradotto da testi antichi. Secondo questa versione gli sarebbero stati dati su tavole d’oro dal profeta Moroni, figura importante nella loro tradizione, apparsogli nel 1823, presso una collina vicina alla fattoria della famiglia Smith.

Il testo si narra fosse in egiziano riformato, lingua di cui non abbiamo traccia storica, e che furono tradotti grazie all’ausilio di alcuni oggetti sacri. Un totale di 11 persone giurarono di avere toccato le tavole personalmente, ma di esse non si ha nessuna traccia, perché vennero restituite al profeta Moroni, che poi scomparve, a quanto riportato dalla storia della Chiesa.

“Il libro di Mormon” racconta anche molto altro e insieme alla Bibbia è il loro testo sacro.

Il racconto della famiglia del profeta Lehi che abbandona Gerusalemme, dopo essere stato avvisato da Dio della sua conquista da parte di popolazioni straniere, e che attraversa l’oceano raggiungendo le Americhe è di per sé affascinante. Dalla sua famiglia partiranno due popolazioni, i nefiti e i lamaniti, alle quali Gesù predicherà istruendoli sul perdono e sul battesimo.

Delle due popolazioni non esistono reperti storici verificati. Secondo la Chiesa dei Santi degli ultimi giorni dopo secoli di pace in seguito all’apparizione di Gesù il popolo perse la fede e scoppiò una guerra che spazzò via la quasi totalità della popolazione.

Riferimenti alla Chiesa sono presenti in alcune serie di fantascienza molto famose come “Battlestar Galactica” e “The Expanse“.

“Battlestar Galactica” fu creata tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 da Glen A. Larson, membro della Chiesa e produttore di successo per la TV con serie come Quincy, Magnum P.I., Supercar, L’uomo da sei milioni di dollari e varie altre. La serie ha al suo interno molti riferimenti alla fede da lui professata, come la ricerca del pianeta d’origine della razza umana, chiamato in questo caso Kobol, anziché Kolob. La stessa formula usata nel matrimonio di alcuni protagonisti è stata presa quasi integralmente parola per parola dalla cerimonia della Chiesa, ma molti altri sono i riferimenti alla sua fede.

In “The Expanse”, che si svolge nel 24° secolo, tratta da una serie di romanzi*, invece appare il manifesto del musical dedicato al “Libro di Mormon” e, tra le altre cose che si vedono nei vari episodi, la Chiesa fa costruire un’enorme astronave, con all’interno un tempio, che dovrebbe servire ai fedeli per cercare Kolob. Il loro ruolo nella serie in realtà si limita a una manciata di puntate, ma l’astronave sarà fondamentale per alcuni snodi narrativi che qui non vi spoilero.

“Il pianeta di Dio” (O la stella di Dio) per milioni di persone è una verità che viene dalla propria fede. Per quanto ci riguarda è un’altra puntata “Ai confini della realtà”.

* Sono pubblicati a nome James S. A. Corey, pseudonimo utilizzato dai due autori Daniel James Abraham e Ty Corey Franck. Fino a ora sono stati pubblicati 8 romanzi del ciclo.