Last Man Standing

Scrivo qualcosa dopo molto tempo. Lo so. Quelli che hanno avuto la pazienza di aspettare e ancora attendono notizie da parte mia saranno premiati. I primi dieci che mi scriveranno che ancora non hanno il mio libro “Sposta le tue montagne” ne riceveranno una copia. 😉

La cosa interessante che ho notato è che nonostante il mio lungo silenzio il blog ha ricevuto un numero abbastanza costante di visitatori in un ordine per me abbastanza apprezzabile.

Vi ringrazio per questo.

Ho pensato a lungo a quello che voglio pubblicare su questo blog, anche in seguito a certi commenti ricevuti sui social.

Io sono qui e mi occuperò prevalentemente di crescita spirituale. Chi desidera leggere le mie riflessioni mi troverà qui. Non scriverò tutti i giorni, e magari non sarò nemmeno costante nella pubblicazione. Di certo questa è una cosa che nell’epoca dei social dove tutti cercano di essere sempre presenti per mantenere il contatto con il proprio pubblico non è in linea con i tempi.

A me però piace pensare al rapporto che ho con chi mi segue come quello tra cari amici che magari non si sentono a lungo, ma che hanno l’altra persona sempre nel cuore.

E sapete cosa vi dico dei social? Chi se ne frega.

Se avessi voluto guadagnare con corsi e quant’altro lo avrei già fatto. A me interessa invece dare il mio contributo, per quanto piccolo, per rendere questo mondo migliore. Insieme a voi.

Riflessioni

Scrivo un articolo dopo quasi un mese, senza avere preparato una scaletta o un tema, ma semplicemente per esprimere poche riflessioni su quello che significa avere un blog.

Non essendo un blogger professionista e avendo mille impegni al di fuori di questo sito, tra lavoro, famiglia e passioni varie, ho pensato che sarebbe interessante cambiare modalità di relazione con il mio pubblico.

Mi spiego: Ho mille idee e tanti articoli per la testa e sicuramente il mio desiderio è quello di contribuire il più possibile al benessere delle persone. Di certo però non ho la pretesa di dare risposte definitive sulla vita, sul mondo e sulla realtà, ma l’intenzione di mostrare il mio punto di vista.

La mia vita è vissuta in maniera straordinaria, con una gioia che faccio fatica a descrivere a parole, e così cerco di trasmettere come posso quello che riesco. Mi piace l’idea di poter contribuire a mantenere alto il fuoco della speranza, di trasmettere idee che possano in qualche modo portare a riflessioni che possano migliorare la vita di coloro che mi seguono.

Quindi questo post si rivolge a chi legge con una domanda che può portare questo blog a un altro livello, anche di condivisione.

Di cosa volete che scriva?

Ho scritto di percezione della realtà, di speranza, ho raccontato storie di grandi personaggi, ho pubblicato articoli riguardanti la meditazione e la crescita personale…A volte però ci sono temi precisi sui quali le persone desiderano un punto di vista diverso, un’opinione altrui.

Certo, ci sono mille temi sui quali comunque tornerò. Quando poi avrò la possibilità di seguire il blog con maggiore assiduità, anche gli articoli saranno più frequenti. Intanto però vi chiedo un contributo per dare qualche spunto di riflessione a me e ad altre persone che potrebbero essere interessate.

Chi ha letto il mio libro “Sposta le tue montagne”, edito da Anima Edizioni, conosce già una parte delle mie idee, e nel caso non lo aveste fatto v’invito a leggerlo, ma sarebbe bello condividerne molte altre.

Un caro saluto a voi lettori e un abbraccio forte. 😉

Cuore sacro

Racconti miei-1

Come scritto precedentemente inizio qui a pubblicare alcuni miei racconti. Questo è il primo. Era uscito anni addietro in un volume dedicato a una manifestazione che si è svolta a Bolzano chiamata “Time Code”. La storia si svolge nel quartiere di Oltrisarco, a Bolzano, e quindi alcuni riferimenti risulteranno più chiari a coloro che ci sono cresciuti o ci hanno abitato. In caso voleste maggiori informazioni sulla manifestazione e altro chiedetemelo pure nei commenti.

Buona lettura.


Il cielo parla all’uomo, e lo fa da sempre, inesorabile nel suo comunicare. Ogni tassello del mosaico s’incastra e infine il grande disegno si mostra. Le voci dall’alto sussurrano nel vento e il mondo non attende altro che d’essere svelato, come una luce che nel buio aspetta d’accendersi per illuminare ogni cosa.

Questo è ciò che sente Francesco Rocchi, seduto su una panchina del parco Mignone, mentre il calore lo inonda da dentro e il suo viso sembra quello di un uomo che ha raggiunto il risveglio.

L’emozione è un sentire senza parole, e lui non sa descrivere quello che prova, ma lo assapora ugualmente, come dolce sapore d’estasi, come un profumo inebriante. S’accarezza la barba bianca come la neve e ripensa alle domande che lo hanno tormentato fino a quel momento. Ora la risposta si staglia netta dinanzi ai suoi occhi: un raggio di sole che squarcia il cielo nuvoloso e illumina.

Ripensa alla passeggiata che lo ha portato a quell’attimo e ogni cosa assume per lui un senso,  dentro sente ardere il fuoco della speranza.

Francesco Rocchi vive a Oltrisarco da sempre. Ha 66 anni e da quaranta vive con quella che allora era la sua giovane sposa in un appartamento in via Rovereto, dove ha un bell’orto sotto casa e insieme alla moglie cura il giardino nel condominio di poche famiglie. Gli altri, più giovani di loro, hanno sempre mille impegni, e allora lui e Graziella dedicano il loro tempo da pensionati alla cura delle varie piante, delle siepi e delle rose, che ama particolarmente.

A volte, prendendosi cure delle rose le chiama per nome, le accarezza e parla con loro come se ascoltassero, ha l’impressione che lo capiscano come spesso le persone che conosce non sono in grado di fare.

Ha due figli ormai sposati, è nonno, e le sue giornate si snodano simili una all’altra, tra la casa da tenere a posto, le rose, i nipotini e le passeggiate nel quartiere, dove tutti lo chiamano Franco. Il tempo scorre e lui se lo sente scivolare accanto, come in un lungo viaggio attraverso gli anni.

Ama Oltrisarco come difficilmente si può amare un luogo. A volte pensa che sia il centro del mondo. Sicuramente lo è del suo, dov’è nato, dove vuole vivere e dove un giorno sarà sepolto. Un quartiere che si trova in una città di una regione così bella da togliere il fiato, sospesa tra un passato che ancora ferisce e le paure di un futuro incerto.

È sabato mattina, uno come tanti, nel quale ripete le stesse cose ormai da troppo tempo. Attende di fare il solito giro per il rione, incontrandosi con Vito, amico di sempre, con cui berrà qualche bianco. Di solito si trovano alle dieci e mezza di fronte al bar San Marco, in via Claudia Augusta, ma mentre un tempo quella era la loro prima tappa, ora, da quando ci sono i cinesi, hanno scelto di trovarsi dall’altra parte della strada. Pensare al vecchio gestore, loro amico, che non c’è più, pesa ad entrambi, e vedere volti di un mondo distante è insopportabile, soprattutto per Vito. Allora preferiscono incontrarsi all’altezza del piccolo parcheggio privato prima del campetto con lo stemma del Juventus Club, poco lontano dalla chiesa, dove un tempo militavano i loro ragazzi  da pulcini e da esordienti.

Cominciano la passeggiata del sabato mattina che li porta attraverso il quartiere, parlando e  raccontandosi una volta di più del tempo che è stato, come è cambiata Oltrisarco, come erano belli i vecchi tempi, quando si era più poveri ma la gente era unita.

Dopo una vita passata tra le stesse vie, volti mai visti prima passano accanto a loro e più d’uno ha un altro colore della pelle.

“Che brutte facce”, dice Vito, come mille altre volte, facendo una smorfia per sottolineare l’affermazione. “E poi che odori…”

Franco ormai non ci fa più caso. Vito è così, prendere o lasciare.

Camminano dicendo le solite cose, si raccontano aneddoti sui posti. Ricordano. Là c’era un negozio di bici, ti ricordi? Ti ricordi il cinema Costellazione?

Quanto tempo avevano passato nei vari cinema, quando si stava ore e ore all’interno, si pagava un biglietto e si guardava tre volte il film, perché quello era un luogo di ritrovo dove i ragazzi schiamazzavano, dove tra un fugace bacio con l’amichetta, le risate e i rumori che echeggiavano in sala, parte della trama andava persa.

Il tempo passa e noi invecchiamo, dicono, lasciando spazio ai ricordi, mentre camminano.

Al loro fianco scorrono i vari negozi e si sprecano i “ciao” e i “buongiorno”.

“Principe?”, chiede Vito. Franco annuisce ed entrano nel locale un tempo frequentatissimo, almeno da loro. Negli anni il bar è stato completamente rinnovato. Prima era molto più grande ed entrambi ricordano benissimo le sfide a biliardo, il calcio balilla e i tornei a briscola giocati in quello che ora è lo studio di un medico.

Ordinano due bianchi, e con il bicchiere in mano parlano del quartiere, delle problematiche che ci sono, di quanto sia grande Oltrisarco.

Via Maso della Pieve, la zona industriale, Aslago.

Cosa c’entra Aslago con via Claudia Augusta, il cuore d’Oltrisarco?, si chiedono. Sono distanti anni luce. La distanza la rappresenta bene un muretto che si trova tra la zona popolata prevalentemente da abitanti di madrelingua tedesca e una delle vie in cui ci sono anche gli italiani. Un muro tra due vie.

Poi, Franco si ricorda di quando le scuole elementari Tambosi erano ancora chiuse e le Gianni Rodari si chiamavano Rudolf Stolz. I bambini, sia italiani che tedeschi, frequentavano lo stesso edificio e quando facevano la pausa insieme, capitava che si tirassero le pietre. Chissà se la cosa è cambiata tra i giovani d’oggi?, si chiede.

Leggendo i giornali sulle cose che avvengono in Alto Adige si hanno sempre notizie di parte, pensa. Dove sta la verità?

Perché una terra che è votata al Sacro Cuore di Gesù non è ricolma in ogni dove del suo amore?

Vorrebbe vedere la fratellanza tra i popoli, da sognatore qual è, gli fanno male gli articoli che legge sul giornale e che creano un solco tra due popoli che sembra si sopportino senza guardarsi, come immersi in una sincera indifferenza: Io faccio quello che mi pare di qua, tu fai quello che ti pare di là. Certo, ci sono i conoscenti di lingua tedesca, qualche amico forse, ma dov’è quella meravigliosa condivisione che Franco vorrebbe?

Si volta, guarda Vito e pensa che la cosa sarà molto difficile.

“Spostano l’alpino!” gli dice l’amico accigliato, vedendo i titoli della prima pagina dell’Alto Adige. “In una caserma da qualche parte. Io proprio non capisco. Come se un alpino fosse un simbolo fascista.” 

Finisce il bianco e ne ordina altri due, mentre Franco attende il fiume in piena che sta per uscire dalla sua bocca.

“Non hanno voluto il raduno degli alpini a Bolzano quest’anno perché è il bicentenario della morte di Andreas Hofer. Ma a Mantova lo hanno fucilato i francesi e non gli italiani! E poi lo aveva tradito un compaesano!” Butta giù il bianco con foga. “Era una provocazione il raduno a Bolzano, dicono. Una provocazione!”, s’infervora Vito.

“Mi ricordo che sotto naia c’erano insieme a me dei tipi di Sarentino che erano orgogliosi d’essere alpini. Guarda che non sono tutti degli estremisti.”, lo incalza Franco. “Dobbiamo fare i distinguo. Ce n’è di gente in gamba.”

“A volte me la meni con la storia del Sacro Cuore di Gesù. Questi accendono i falò sulla montagna e poi rimpiangono i nazisti.”, continua Vito.

Ci sono momenti in cui Franco non sa cosa proprio dirgli, non riesce ad intervenire, vorrebbe parlargli di quello che questa terra potrebbe essere. Pensa al Sacro Cuore trafitto dalle spine dell’odio.

Il padre di Vito era stato fucilato dai nazisti quando la madre era ancora incinta, lungo le mura dello stabilimento Lancia, insieme ad altri undici operai che avevano organizzato nella zona industriale un gruppo di resistenza. Per anni, andando a lavorare, era passato davanti allo stesso muro e aveva immaginato mille e più volte suo padre che fieramente aveva mostrato il viso alla morte vestita con le uniforme del Reich. Lo immaginava accasciarsi insieme agli altri undici come un eroe.

“Sei un sognatore. In questa terra non ci sarà mai convivenza”, sentenzia Vito, rivolto a Franco, lo sguardo fisso verso qualche punto indistinto, il bicchiere saldamente in mano.

È talmente fermo nelle sue parole, talmente convinto e risoluto, che Franco teme che questa sia la verità ultima, definitiva, quella che formerà il destino. Questo lo annichilisce, si sente svuotato, e si chiede se in realtà non ci sia qualche speranza. In questi casi l’unica àncora di salvezza che sente dentro è la preghiera, e mentre tra di loro scende il silenzio, nell’animo cerca tutte le preghiere che conosce. Le recita nella sua mente mentre ha i denti serrati.

Prega di trovare le parole e un segno che gli possa indicare ciò che accadrà. Non vuole smettere di credere che l’Alto Adige possa diventare un paradiso in terra, dove ogni popolo si senta a casa propria, dove ciò che conta non è la lingua che parli, ma il cuore che hai.

Forse sono i bianchi bevuti, o forse è lo sconforto che sente il quel momento, ma sente il bisogno di uscire dal locale, di prendere aria. Franco tira fuori una banconota da cinque euro, verde come i dollari, la contempla vedendo i ponti che dovrebbero simboleggiare l’unione tra i popoli, e tra sé e sé si chiede come possano unirli, se un ponte riesce a separare una città da un quartiere e a volte basta un muretto per creare l’abisso.

Escono dal bar. Franco si guarda intorno. Serrande abbassate o negozi che cambiano insegne e gestore. Le parole di Vito gli sembrano lontane, distanti, quasi non fossero mai state dette.

Forse con le esperienze dell’amico anche lui non avrebbe più creduto nella convivenza, forse anche lui avrebbe pensato all’impossibilità di vivere con cuore aperto la speranza di un’unione che vada oltre le barriere linguistiche, per portare la gente a considerarsi un solo popolo.

Pensa a Oltrisarco con persone arrivate da tutto il mondo, dalla Cina, dal Pakistan, dall’Albania, dalla Romania. Più del dieci per cento degli abitanti del quartiere sono immigrati, e tra i bambini sono addirittura la maggioranza. Spera che siano loro a creare un nuovo modo di vivere insieme. Magari proprio la presenza degli immigrati potrebbe portare a superare le barriere. Sogna ad occhi aperti.

I punti di vista nascono dalle esperienze, pensa Franco, ricordando che è stato un soldato nazista a salvargli la vita quando aveva appena un anno, durante i bombardamenti del ’44, quando veniva bombardata tutta la linea ferroviaria lungo Oltrisarco, fino alla stazione.

Un giorno sua madre si trovava con lui in braccio nel sottopasso vicino a Ponte Loreto. La gente, accalcata sotto il cavalcavia, spingeva e spingeva, e il bambino stava diventando viola, rischiando di soffocare, quando all’improvviso un soldato tedesco, che per chissà quale motivo si trovava lì, era riuscito a fare scudo con il suo corpo alla madre di Franco e per tutta la durata del bombardamento aveva tenuto il bambino sollevato, per farlo respirare. Nonostante la fatica, non aveva calato le braccia per un attimo. Quando non si sentirono più gli aerei alleati, il tedesco si era dileguato e sua madre non seppe mai il suo nome. Da quando era piccolo, però, gl’insegnò a giudicare le persone dal cuore, non dall’uniforme, dalla lingua o da qualsiasi altro motivo che non fosse il cuore di un uomo.

Il cuore è la misura di tutto, pensa, e ricorda le volte che Vito, nonostante il suo fare burbero e l’atteggiamento a volte razzista, ha aiutato delle persone senza chiedere dazio. Senza distinzioni.

Si ricorda di quando l’amico da ragazzo difendeva i bambini più piccoli dai soprusi dei bulli che c’erano allora nel quartiere. Quante ne aveva prese per loro, ma quante ne aveva anche date.

Un tempo era il suo eroe, lo ammirava. Lo vedeva forte quanto lui si sentiva fragile. Aveva cominciato ad imitarlo per poter essere come lui. Quante cose aveva fatto insieme a Vito nel loro amato quartiere: avevano giocato nei bunker, passeggiato per i boschi raccogliendo castagne, avevano sentito gli anziani, che ascoltavano rapiti, raccontare della guerra, o di quando un tempo c’era la funicolare del Virgolo e la grande veranda panoramica era quasi sempre affollata da persone  ai concerti serali e alle serate danzanti.

Tutto questo per loro era magico, il racconto incredibile di persone che sembravano avere la conoscenza di tutto, non come ora che ogni ragazzino può andare su internet e sbugiardare i vecchietti che ricordano il passato condendolo di poesia, esagerando qua e là qualche dettaglio.

Franco vorrebbe che proprio da Oltrisarco partisse la grande speranza di un futuro condiviso, nel quale vedere di più le cose che uniscono rispetto a quelle che separano.

Il profumo delle rose proveniente dal baracchino dei fiori di via Claudia Augusta lo riporta al qui e ora, ritorna al semaforo, alla strada da attraversare.

Appena scatta il verde, i due amici s’avviano verso il vicolo che li porterà al parco Mignone, dove, come ogni sabato, concludono la loro passeggiata e si salutano dandosi appuntamento a quello successivo.

Dall’altro lato della strada li attende la fragranza del pane di uno dei più noti panifici di Bolzano. Franco rimpiange le chiacchierate con il proprietario della storica merceria che c’era al suo posto e mentre guarda la sala scommesse aperta da poco, rimpiange anche le bische clandestine, dove si ritrovava con Vito e altri a giocare a soldi.

 A cosa stavo pensando?, si chiede. A volte i pensieri si confondono, forse per i bianchi bevuti o forse per l’età.

Ripensa alla discussione con Vito e i ricordi che lo hanno assalito.

“Il tempo passa e noi invecchiamo”, dice.

“È una ruota che gira”, gli risponde Vito, con fare distaccato e la faccia scura. 

Non ama parlare della situazione in Alto Adige, lo indispone, e dopo che ne hanno parlato tiene sempre il broncio per il resto dell’incontro. È inutile tirare fuori altri argomenti, Franco lo sa, come sa che il resto della passeggiata sarà un calvario, com’è successo tante altre volte. Tra lunghi silenzi e qualche frase borbottata, il percorso diventa uno sfondo per i loro pensieri.

Attraversano il portone che si trova tra via Claudia Augusta e via Aslago, dopo essere passati davanti al piccolo supermercato, percorrono la via laterale, mentre dall’altro lato della strada, nei cortili delle basse case, bambini di colore giocano al pallone, gridano e ridono in una lingua che entrambi non conoscono. Franco sorride vedendoli, mentre Vito si fa ancora più torvo in viso.

Franco vorrebbe dirgli qualcosa, ma pensa che sia inutile, e così, rassegnato come sempre all’atteggiamento dell’amico, prosegue la passeggiata. Non vede l’ora di sedersi su di una panchina, di fermarsi per riflettere con calma, quando Vito lo saluterà per proseguire il giro di bianchi in altri bar, con altre persone che finalmente gli daranno ragione sull’impossibilità della convivenza.

A Vito non piace essere contraddetto, pensa che il suo punto di vista sia quello giusto, quello oggettivo. Non riesce a concepirne altri, e Franco lo sa.

Si è chiesto più di una volta cosa lo porta ad incontrarsi ancora con lui e restargli amico. Ai suoi occhi l’eroe dell’infanzia è ormai svanito da tempo. Forse ha semplicemente deciso di voler bene alle persone nonostante i loro difetti e le idee che non è in grado di condividere.

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, dice Gesù nel Vangelo secondo Giovanni.

Si sforza di seguire questo comandamento, ma lo sente difficile, lontano dalla natura umana.

Franco ha cominciato ad avere fede da poco e gli sembra quasi di voler recuperare il tempo perduto.

Vito, dal canto suo, rimpiange il vecchio Franco, il bevitore incallito e giocatore d’azzardo, uno di quelli che si facevano rispettare e che ora gli sembra l’ombra sbiadita di un tempo. Lo frequenta ancora pensando che possa tornare l’amico di un tempo, perché non gli piacciono le sue storie su Gesù e l’amore, sulla speranza e la carità, sul Sacro Cuore e l’importanza della confessione. Lui è un realista, un pragmatico, che guarda le cose come sono, e non vola con la fantasia, perché la vita è fatta così. L’uomo per lui non cambierà mai, se non a legnate.

Il silenzio diventa assordante, finché Vito saluta Franco all’imbocco della stradina sterrata che porta verso il parco.

“Vado a bermi un bianco al Bar Pia” gli dice. “Se vuoi venire…”

Franco gli tende la mano e salutandolo si chiede se si risentiranno o meno, oppure se è giunto il tempo di liberarsi del passato e camminare su strade nuove.

I due si voltano e proseguono il loro cammino, uno da una parte e uno dall’altra.

Nel parco Franco vede dei bambini che giocano e si rincorrono, che si lanciano il pallone e giocano a darsela, e poi persone con i cani al guinzaglio che lo salutano e gli sorridono. Si guarda in giro e rivede il parco Mignone con gli occhi di quando era piccolo e proprio lì venivano provati i carri armati in dotazione all’esercito, mentre un sacco di bambini e di giovani guardavano il tutto  affascinati da quello che sembrava loro un grande gioco.

La caserma era parte integrante della vita di Oltrisarco e pure della sua vita. Certe volte lui, Vito e altri ragazzi, dopo avere scavalcato la recinzione per vedere più da vicino, si facevano prendere dai soldati che li rinchiudevano in una grande stanza e facevano loro la ramanzina del caso. Poi arrivava il maresciallo Coletti, con un vassoio pieno di panini con il salame. Per loro, che avevano sempre fame, era il paradiso.

Alla Mignone Franco aveva fatto il  militare, e gli sembrava strano pensare ai tanti mesi passati lì, dove ora ci sono tutte quelle case con balcone e terrazza, in cui abitano famiglie che lui non conosce e che non hanno mai visto la caserma che lui ha amato.

Cammina, vedendo il parco di oggi, mentre nei suoi pensieri il passato e il presente si sovrappongono. Vede i cingolati d’un tempo passare sopra la terra battuta, dove ora l’erba ricopre il grande prato. E rivede i concerti, le feste dell’Unità, lui e sua moglie che ballano sulle note di Romagna mia, le sfilate di moda e i balli latinoamericani.

Percorre la stradina sterrata. Guarda la panchina sulla quale un giorno aveva pianto per la morte di un amico, dove con lui aveva tante volte riso sulle barzellette che si raccontavano. Decide d’andare oltre, vuole sedersi senza avere pensieri nella testa, lasciando che il silenzio domini.

Cammina verso i giochi per i bambini, guarda le altalene e va oltre. Prosegue verso una delle due panchine, quella più a destra è libera.

Sull’altra una giovane signora con accanto un passeggino ha tra le mani un libro, col sorriso sulle labbra sembra assaporare avidamente le parole che il suo sguardo incontra. Franco cerca di sbirciare senza dare nell’occhio per carpire il titolo, ma non riesce nell’intento. Dispiaciuto va avanti, chiedendosi cosa stia leggendo la donna, in quali mondi stia viaggiando il suo pensiero.

In quanti mondi s’è perso lui negli anni, per amore della lettura.

Si siede abbandonandosi, come se la panchina lo stesse aspettando per accoglierlo e rassicurarlo. Ripensa a Vito, alla convivenza e ai ricordi del quartiere, chiedendosi cosa leghi ogni cosa. Da lontano osserva la casetta di legno con i disegni dei bambini e si chiede se una mano nascosta stia tratteggiando la sua storia, come in un disegno, scrivendo ciò che prova e vede.

Ripensa alle parole del nuovo vescovo di Bolzano che dice d’andare oltre gli steccati che separano i vari gruppi linguistici. Immagina il mescolarsi del meglio dei due popoli, la concretezza dei tedeschi e la passione degli italiani, e una società multietnica in cui ogni essere umano si senta a casa propria.

Si fa il segno della croce mentalmente, perché non vuole che altri lo notino, e si mette a pregare tra sé e sé, mentre bambini e bambine, biondi e mori, cinesi e di colore, giocano nel prato, sulle altalene e sullo scivolo. Un tuono in lontananza gli fa alzare lo sguardo verso il cielo nuvoloso, ma senza distoglierlo dalla preghiera.

È sabato, e così recita nella sua mente i misteri gioiosi. Rivive l’annunciazione e la nascita di Gesù in una stalla, e la gioia lo riempie. Finisce il rosario e chiede al cielo un segno per il futuro di questa terra meravigliosa, con il desiderio che la sua preghiera venga accolta dall’alto.

Come sarà il futuro di questa terra? si chiede. Nell’attimo stesso nel quale finisce di formulare la domanda, il cielo sembra rispondergli.

Un raggio di sole, solitario ma inequivocabile, squarcia il cielo grigio e colpisce una coppia di bambini che guardano verso l’alto sorridendo, mentre la luce del sole sembra indugiare su di loro. Si tengono per mano, lei bionda con gli occhi azzurri, lui con la pelle nera e i denti bianchissimi che mostra in un sorriso enorme. La luce li circonda, e agli occhi di Franco quei bambini sembrano due angeli donati dal cielo. Vede in loro il futuro, due novelli Adamo ed Eva di una nuova umanità.

Svegliati Signore!

Negli occhi di molti c’è ancora l’immagine di Papa Francesco nella piazza vuota davanti alla basilica di San Pietro sotto la pioggia.
Inimmaginabile fino a poco tempo fa.

Nelle parole della sua omelia di quella sera ci sono stati passaggi molto profondi, e in questo post desidero soffermarmi su alcuni di essi per sottolineare una cosa che ritengo di fondamentale importanza per comprendere meglio il momento nel quale viviamo: la nostra mancanza di fede.

Come “nostra mancanza” intendo quella della società nel suo complesso, dove pare che tutto sia importante per molti, tranne che il rapporto con la divinità, con la dimensione spirituale, vista da alcuni come un semplice retaggio del medioevo, e non come una profonda esigenza interiore dell’essere umano di comprendere il mistero stesso della creazione.

Papa Francesco nella sua omelia a un certo punto dice:
“Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”

Il riferimento diretto è al passaggio del Vangelo di quella sera, dove l’evangelista Marco racconta della paura dei discepoli durante una tempesta. Gli apostoli e Gesù sono su una barca, e Gesù dorme, unico momento nei Vangeli, e loro terrorizzati lo svegliano.
Sono impauriti, disorientati, e gli chiedono: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Marco 4:38).
Pensano che si disinteressi di loro, che non gli importi del loro destino.
E lui cosa fa?
Rimprovera le acque e i venti che così si calmano e si rivolge ai suoi discepoli dicendo: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»

Facendo un paragone con i giorni nostri siamo noi su quella barca e siamo noi ad avere paura, a temere per la nostra vita e per quella dei nostri cari, mentre siamo convinti che Dio si sia voltato da un’altra parte, se crediamo in lui, oppure che semplicemente non esista e che siamo spinti da un fato avverso verso il precipizio.

Personalmente ritengo che nelle più grandi avversità ci siano non solo lezioni da imparare, ma anche delle possibilità. Continuavamo a correre verso una crescita costante credendo che questo fosse l’unico modo per affrontare il mondo, a volte indifferenti agli altri per raggiungere i nostri obiettivi effimeri. Ora ci siamo resi conto una volta di più della nostra fragilità, che non siamo onnipotenti, che non possiamo piegare il mondo, le persone, il clima, le malattie, al nostro volere.

Alcuni maestri spirituali di diverse religioni hanno affermato che questo virus è stato creato dalla natura, dal mondo, da Dio, per insegnarci qualcosa, per ricordarci che non tutto ci è dovuto, che possiamo fare di meglio per questo pianeta, per la società e per i più deboli.
Perché anche se ci sono anche vittime di questa piaga che erano sane prima di contrarre il virus, la maggiorparte sono persone già malate, oppure anziane, e più deboli, mentre le strutture sanitarie del nostro paese e di altre nazioni non erano pronte a un’emergenza simile anche a causa di scelte politiche di governi di diversi colori che hanno preferito tagliare le spese sanitarie, mantenendo intatte invece le spese militari.

Ora, dopo le esortazioni del segretario generale delle Nazioni Unite a un cessate il fuoco generalizzato per tutte le zone di guerra nel mondo anche le guerre si sono fermate, dimostrando che è possibile farlo.

Dobbiamo essere consapevoli che in molti campi si può fare meglio di come abbiamo fatto fino a ora e che possiamo creare un mondo migliore, più giusto.

Per fermare la pandemia dobbiamo essere consapevoli che siamo, come giustamente ha detto Papa Francesco nell’omelia, tutti sulla stessa barca, che dobbiamo remare insieme, nella stessa direzione, aiutando il prossimo come meglio possiamo, sia contenendo il contagio e sia supportandolo a livello economiche se è nelle nostre possibilità.

Ritengo però necessario agire senza sosta avendo come costante in questo la fede, che oltre ad alimentare il sacro fuoco della speranza, deve diventare faro e guida che illumini le tenebre che ci circondano.

Io ho una certezza assoluta: Che la fede può spostare le montagne, che possiamo fare l’impossibile, sempre affidandoci a Dio, all’Assoluto, all’Universo o come lo volete chiamare, e che non siamo in grado di farlo solamente perché crediamo che non sia possibile.
Ci hanno insegnato questo in molti, ma la stessa Bibbia più volte sottolinea invece che dobbiamo credere, che dobbiamo avere fede, che la vera preghiera non è una supplica, ma la coscienza di una certezza.

A volte siamo intorpiditi, rassegnati all’inevitabilità di un destino ineluttabile, e la tempesta che stiamo vivendo può svegliarci dal nostro torpore e comprendere una volta di più che Dio è in attesa del nostro risveglio, che ci chiede di prendere per mano l’umanità e di gridare al cielo: “Svegliati Signore!”

Dio ci aspetta, aspetta che siamo noi a chiedere, che siamo noi anche a trattare con lui, come in varie parti della Bibbia ci viene insegnato*.

Gesù nel Vangelo di Marco commentato dal Papa dice:«Perché avete paura? Non avete ancora fede?»

Nei Vangeli ci esorta a chiedere, a bussare, anzi addirittura nella parabola della vedova e del giudice dice di essere insistenti, di continuare a chiedere, dicendo di pregare sempre senza mai stancarsi.**
La vedova risulta perfino essere molesta, e Gesù invita a gridare verso il cielo senza fermarsi.

Come non citare anche il passaggio in Genesi (18:22-33)*** dove Abramo intercede presso Dio più volte chiedendo di salvare Sodoma e Gomorra se avesse trovato un certo numero di giusti per non condannarli alla distruzione insieme agli empi. Prima contratta per 50 giusti, poi per 45, per 40, per 30, per 20 e infine la spunta per 10.
E stiamo parlando di Sodoma e Gomorra che sono considerati gli esempi più chiari di luoghi pieni di peccato.

Se dunque Dio è disposto a salvare delle città così trovando anche solamente 10 giusti, perché dovremmo temere la sconfitta, la capitolazione essendo consapevoli che Dio ci ascolta e aspetta l’innalzarsi della nostra voce?

M’immagino ora che qualche ateo potrebbe leggere queste righe e pensare che sia una riflessione basata su credenze superate dalla scienza e dall’illuminismo. Ebbene, essendo stato ateo comprendo il loro punto di vista, basato sulla razionalità, sulle speculazioni che devono avere degli riscontri oggettivi nel mondo materiale per poter essere considerati attendibili. Non solo li comprendo, ma penso che sia fondamentale che ci siano persone che mettono in dubbio la fede, in modo che non sia basata solamente sulle parole della nostra tradizione, oppure sulla fiducia non ragionata nei confronti di cose che non si capiscono.

Io scrivo di fede, e ci ho scritto un libro, perché ho avuto delle esperienze tangibili, concrete, reali, che porterebbero qualsiasi ateo, avendole vissute, a rivedere il proprio punto di vista.

La vera fede non è lo sforzo di credere in qualcosa, ma la coscienza di una certezza. Quando hai vissuto delle cose considerate miracolose personalmente nessuna speculazione fatta da altri può scalfire le tue certezze. Del resto chi s’interessa di scienza dovrebbe sapere che secondo la meccanica quantistica le aspettative di uno scienziato influenzano i risultati di un esperimento, dimostrando così, scientificamente, che il pensiero ha una sua forza.
Vi metto qui un articolo al riguardo, ma ne esistono moltissimi.

Immaginate un mondo in preghiera per la pace, per la salute di tutti, per la giustizia, e potrete comprendere come potrebbero essere il nostro pianeta e la nostra società se non continuassimo a lasciare il dominio al caos, alla paura, all’ira e al risentimento, vagando senza una meta, rassegnati a un destino inesorabile come molti di noi sono.

In questa settimana santa, nell’attesa della Pasqua di Resurrezione, ripensiamo e facciamo nostre le parole di Papa Francesco:
“Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”

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*Marco 11:22-24 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.

Matteo 17:20 20 In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.

Matteo 7 :7-8 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Luca 11:9-10 Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

**Luca 18:1-8 1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. 

***Genesi 18:22-33 22Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. 23Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città».27Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… 28Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque». 29Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». 33Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

Il prezzo della verità

In questo periodo, di grande incertezza e timore, circolano informazioni contrastanti sul virus e sulle sue conseguenze, ma non solo:
Ci sono centinaia e centinaia di articoli con le tesi più controverse e contraddittorie riguardo alla sua origine, oppure alle misure prese dai vari governi, che alimentano confusione in molte persone.
Chi segue questo blog da diverso tempo conosce una delle tematiche che affronto maggiormente: la natura della percezione.

Desidero iniziare la mia riflessione con un concetto che chi ha letto altri miei post, oppure il mio libro, ha già avuto modo di vedere.
Si tratta di un insegnamento che viene dalla Cabalà ebraica:
“Nessun essere umano percepisce la realtà per quella che è.”

Ogni essere umano percepisce la realtà, il mondo, la società, attraverso i suoi sensi e attraverso i propri filtri e condizionamenti. Di conseguenza nessun essere umano, per quanto consapevole, percepisce la realtà per quella che è. Nemmeno voi. Nemmeno io.

Nella situazione nella quale stiamo vivendo molti hanno cominciato a scrivere articoli su articoli sul Coronavirus, sul suo impatto, su complotti internazionali e molto altro. Ma questi articoli mostrano quello che sta accadendo?

Nel momento attuale, a detta di persone che lavorano nel mondo di internet, e che grazie al web guadagnano, tutto ciò che non riguarda il Coronavirus non si sta muovendo. Sono drasticamente diminuite le ricerche su Google, Yahoo, ecc. che non riguardino direttamente il virus e tutte le teorie attorno a esso.
Stanno scrivendo sul tema anche persone che non hanno nessuna competenza per farlo, ma che hanno un obiettivo: il guadagno.

Potete trovare su YouTube un mare di video sul Coronavirus, sugli intrighi che hanno portato alla pandemia, fino all’accusa nei confronti delle democrazie occidentali di preparare una dittatura globale….e molto altro.
Nel mare di articoli presenti sul web potete trovare qualsiasi cosa, tutto e il contrario di tutto, e di certo troverete ciò che più è in linea con quello che già state pensando.

Dal 5G causa di una maggiore gravità della pandemia nelle zone in cui è già in funzione, ai servizi segreti israeliani in combutta con quelli francesi e tedeschi, dalla volontà degli americani di mettere in ginocchio l’economia cinese, alla volontà dell’Europa di distruggere la sovranità nazionale italiana…E molto altro.

Avrei potuto mettervi i link al riguardo, ma non lo farò.

Quali sono i motivi che spingono i giornali, i governi, i marketer, gli youtuber, i politici, i blogger, a scrivere cose non vere?

Dipende. Ma non lo sapremo mai con certezza. Il guadagno? Qualche like in più? Le visualizzazioni? Oppure il fatto stesso che le persone si convincano del proprio punto di vista?

Come i post che circolano sul mancato intervento in Italia, assolutamente falsi, di ONG come Emergency (qui quello stanno facendo) e Medici senza frontiere (qui).

Ora torno al titolo del post: Il prezzo della verità.

Come scritto nessun essere umano percepisce la realtà per quella che è. Abbiamo però la possibilità di scegliere se credere o meno a qualsiasi cosa, di verificarne le fonti, di cercare a ogni costo ciò che si avvicina maggiormente a ciò che è accaduto veramente. Una volta il prezzo veniva pagato da giornalisti che rischiavano la vita per portare alla gente le informazioni, le cose che accadevano, svelando retroscena inimmaginabili…

Ora il prezzo della verità, almeno per molti, è un altro. Il prezzo da pagare è quello di non fermarsi alla prima affermazione che ci piace o che rientra nel nostro modo di vedere le cose, ma di cercare la verità, anche se sappiamo che non potremo mai trovarla fino in fondo…Anche se non ci piace, ci fa stare male, anche se dà ragione a qualcuno che non amiamo, anche se rimette in discussione tutto quello che credevamo essere vero….

Il prezzo della verità è la sua continua ricerca, il non fermarsi a credere a tutto ciò che ci viene detto, il mettere in dubbio ogni cosa, fino a quando non impariamo a discernere, a distinguere tra le cose, a comprendere che dobbiamo squarciare quello che gli induisti chiamano velo di Maya…

Perché solamente divenendo veri noi stessi potremo comprendere cosa è la Verità.

Fino a quando noi esseri umani anziché mostrarci per quello che siamo, essendo noi stessi veramente, continueremo nelle nostre finzioni, tutta la costruzione della società è condannata a fallire ancora e ancora.
Il mondo che vediamo, l’informazione, tutto ciò che ci circonda, non sono altro che un riflesso di tutto quello che alberga in noi, in ogni singolo essere umano.

Noi siamo frammenti di verità, e quando capiremo che la nostra verità si somma a quella degli altri comprenderemo che siamo tutti parte di un grande mosaico.

Il prezzo della verità è quello di guardare il mondo nella consapevolezza che ogni nostro pensiero, ogni nostra parola, ogni nostra azione, contribuiscono a rendere il mondo quello che è.

Forse questo momento storico può portarci più vicini a esprimere le verità che sono nel profondo del nostro essere, perché come insegnava un grande maestro:

La Verità vi renderà liberi.


Il senso delle parole

Le parole racchiudono mondi e aprono porte.

A volte possono anche limitare un concetto, oppure nascondere significati che nascono proprio dall’origine stessa della parola. Conoscerne la radice può portarci quindi ad avere una visione più chiara del mondo e così comprendere aspetti che in un primo momento ci erano sfuggiti.

Prendiamo alcuni casi come esempio:

La parola entusiasmo, secondo alcune versioni, deriva dal greco “Èn-Theos”, cioè “pieno di Dio”, quindi “divinamente ispirato”, portandoci così a comprendere che ciò che ci dona “entusiasmo” letteralmente proviene dalla divinità e può così, con il giusto discernimento, mostrarci la strada da seguire nelle nostre scelte.

Oppure c’è la parola “teurgia”, che viene da “theos” (Dio) ed “ergon” (opera), letteralmente “opera di Dio”, mentre “magia” è un eponimo che trae origine dai suoi inventori, cioè i cosiddetti “magi”, una casta sacerdotale persiana e zoroastriana, dei quali a suo tempo scrisse anche Erodoto (e qualcun altro come ben sapete), che si racconta abbiano inventato l’astrologia e la magia.

Tornando al significato etimologico, la cosa però, ovviamente, vale per ogni lingua. Questo ricordando che ognuna di esse ha origini più antiche e quindi ci può portare a capire che l’etimologia ci può insegnare il significato ancestrale di una parola a seconda anche della prospettiva stessa che un popolo aveva, o ha, al riguardo di un tema specifico.

Chi ha la fortuna, come me, di conoscere più di una lingua può rendersi conto non soltanto delle difficoltà intrinseche nella traduzione stessa (che meriterebbe un post a parte), ma anche del fatto che ragionando in un’altra lingua si ragiona in modo diverso. Anni addietro mi resi conto che quando parlavo, o ragionavo, in una lingua o in un’altra, il mio modo di pensare cambiava.

Successivamente feci una ricerca al riguardo per scoprire se c’erano anche teorie linguistiche che supportavano questa mia impressione. Ho così scoperto che esiste la cosiddetta “ipotesi di Sapir-Whorf” (che prende il nome dal linguista e antropologo statunitense di origine tedesca Edward Sapir e dal suo allievo Benjamin Lee Whorf), conosciuta anche come “ipotesi della relatività linguistica” che afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla, che nella sua forma più estrema assume che il modo di esprimersi determini il modo di pensare.

Questa ipotesi ha trovato una certa resistenza da parte di vari linguisti, ma vivendo personalmente la percezione della differenza la ritengo reale.

Perché scrivere di ciò?

Per mostrare una volta di più come la percezione, tema che affronto nel mio primo libro, possa essere influenzata da molteplici aspetti, non ultima la lingua che si parla.

Per questo prendo un esempio da un libro del buon Igor Sibaldi, “Il mondo dei desideri”, dove in un passaggio scrive varie parole in più lingue utilizzate per definire il “lavoro”.
In alcune lingue c’è la distinzione tra “attività produttiva svolta liberamente, per propria volontà, o ispirazione” e “attività lavorativa imposta da qualcun altro”.

In latino le parole “opus” e “labor” hanno significati diversi, come in greco le parole “ergon” e “kopos”, mentre in italiano la parola “lavoro”, che viene utilizzata per definire entrambi i termini, deriva dal latino “labor”, cioè “lavoro servile”. Addirittura le parole “travail” (francese) e “trabajo” (spagnolo) pare derivino da un ordigno, il trabalium, in cui s’incastravano i cavalli intrattabili per ferrarli…

Il significato etimologico delle parole quindi c’influenza molto più di quello che pensiamo e di conseguenza ritengo fondamentale sottolineare l’importanza della consapevolezza del potere della parola.

Nel mio libro “Sposta le tue montagne” in un capitolo scrivo del “Koto-dama”, letteralmente “spirito della parola”, una tradizione giapponese che insegna l’attenzione profonda riguardo all’uso delle stesse, e dei mantra, parole di potere utilizzate nella cultura induista.

Non a caso poi il noto cabalista francese George Lahy nella sua traduzione del “Sepher Yetzirà” (libro della formazione), uno dei libri fondamentali della Cabalà ebraica, scrive che la parola “abracadabra” in ebraico significa letteralmente “creo come parlo”.

V’invito a ricordare che ogni vostra parola genera un effetto e crea delle conseguenze.

Dobbiamo dare un senso all’uso delle nostre parole.

V’invito a porvi una domanda:
Quali parole usate nella vostra quotidianità?

Sono le parole che usate che indirizzano la vostra vita.

Armi di distrazione di massa

Nel centro della città di Bolzano circa sei mesi fa hanno rivestito i pali presenti in modo che chi è distratto dallo smartphone non ci dia una capocciata. È presente anche la scritta “Ci sei?” e in tedesco “Wo bist du?”, letteralmente “Dove sei?”, che rende ancora di più l’idea di come le persone che girano guardando lo smartphone non siano presenti a se stesse, e magari rischiano di dare una craniata a qualche palo…
Il comune del centro altoatesino ha poi tappezzato la città con manifesti con il logo dell’iniziativa, che ritengo lodevole e della quale vi metto il link qui.

Oggi come oggi molti sono continuamente presi dal fatto di essere connessi con il mondo esterno tramite i social, le chat e internet, così da dimenticarsi a volte della connessione più importante: Quella con se stessi.
In maniera provocatoria ho intitolato il post “Armi di distrazione di massa” per rendere ancora meglio il concetto.

Le persone sono distratte da mille cose. Da Facebook, da Instagram, dalla rata del mutuo da pagare, dalla partita di coppa, dal nuovo smartphone, dai like che si aspettano per un post, dall’ultima sparata del politico di turno….

Per molti la vita spesso si svolge in maniera non consapevole.

Anche quando si è da soli ci sono mille cose che distraggono…Oltre alla TV con trasmissioni trash, abbiamo i social media, e chi li inonda con fake news delle quali molti non indagano la provenienza, condividendole in maniera compulsiva se la notizia è in linea con quello che preferiscono credere…E questo senza sapere che una notizia falsa ha purtroppo un impatto reale e alimentano forme pensiero che influenzano il comportamento e le opinioni di altre persone…

Come è possibile tutto ciò?

Le cose sembrano costruite apposta in modo da non darci la possibilità di guardarci dentro, di capire chi siamo realmente, di comprendere quali sono i nostri reali desideri e le nostre reali aspirazioni, rischiando di diventare come burattini…

I mass media e chi li utilizza per raggiungere il consenso cercano d’indirizzare le nostre opinioni, di cavalcarle, per portarci a essere parte di un gregge, consumatori di prodotti effimeri sparati a mille nelle pubblicità portandoci quasi a credere che siamo ciò che possediamo (“Posseggo quindi sono.”) in una realtà dove siamo prigionieri in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, come si dice nel film Matrix .

Siamo ciò che pensiamo di essere o siamo il risultato delle proiezioni che gli altri hanno attuato su di noi?

Dove è il nostro IO più profondo? Dove è IO? Cosa è IO?

Chi segue questo blog e mi conosce come autore sa che per me è fondamentale la consapevolezza di sé, che mi definisco “entronauta” perché ritengo che solo con la profonda conoscenza del proprio essere, della propria natura, si possa raggiungere l’equilibrio della mente e la vera pace dell’anima.

Guardate dentro di voi per trovare chi siete veramente e lasciate pure le armi di distrazione di massa a coloro che vogliono rimanere dormienti.

V’invito a seguirmi d’ora in avanti, perché ne vedrete delle belle.

Pillola azzurra o pillola rossa?

GRETA E I GRETINI

Molte volte vediamo persone che scorrono i social bevendo un caffè, facendo una breve pausa, e a molti sarà capitato di guardare facebook o instagram in bagno, in momenti che possono essere liberatori, ma che ovviamente non possono portare ad approfondire un argomento presentato in maniere seria.

Normalmente si scorre mettendo un “mi piace” a un tema in linea con la nostra opinione. Difficilmente lo mettiamo a qualcosa che potrebbe metterla in discussione. Quindi gli amici degli amici di solito optano per mettere post che facciano fioccare like in modo da alimentare il proprio narcisismo, a prescindere dall’argomento proposto.

A volte vedo persone intelligenti e che stimo, mettere cose che trovo poco accorte, semplicemente perché non filtrate, condivise in modo compulsivo, quasi come se dato che le persone hanno già messo un like precedentemente sullo stesso argomento, allora probabilmente c’è la possibilità di riceverne un altro.

Per esempio se uno contrario all’immigrazione ha ricevuto un numero x di “mi piace” sarà probabile che li riceva nuovamente per un post simile successivo.

Cosa c’entrano Greta e i gretini? Andiamo per gradi.

Come scrivo nel mio libro nessun essere umano percepisce la realtà per quella che è, perché per vederla per quella che é dovremmo essere onniscienti, e dato che nessun essere umano di nostra conoscenza lo è nessuno di noi ha sicuramente ragione sulle cose sulle quali scrive.

Il che vuol dire che la percezione che abbiamo è filtrata da quello che crediamo vero. Quindi se una sedicenne secondo noi è manipolata da un movimento mondialista che vuole distogliere l’attenzione da problemi più gravi allora crederemo a questa versione dei fatti, e definiremo gretini in modo sarcastico coloro che credono nella buona fede di questa ragazza.

(A sedici anni non si parla più di bambini. Voi a sedici anni non vi arrabbiavate se dicevano che eravate dei bambini? Suvvia siamo sinceri.)

Questo post non cerca di prendere le parti di Greta, perché non lo ritengo necessario. Certe tematiche si difendono da sole, e personalmente non amo i complottismi, l’idea che per forza dietro alle quinte ci siano meccanismi oscuri.

Per quanto mi riguarda gli esseri umani sono già abbastanza complessi senza dover cercare per forza altre forze occulte che cercano di guidare le sorti del pianeta.

Viviamo cercando di ragionare con la nostra testa, senza farci indottrinare da altri, cercando di essere distaccati ed equidistanti, sapendo che tutto può essere contraddetto da chiunque, anche da chi non avrebbe i titoli per parlare.

Greta e i gretini?

Erano semplicemente uno specchietto per le allodole, un gancio, per vedere le reazioni di una parte di potenziali lettori. Per vedere chi legge l’articolo fino in fondo.

Siete arrivati fino a qui. Vi aspetto ancora.

Per spingervi a porvi una fondamentale domanda:”Quello che pensate è vero?”

Elogio della miopia

Credo che essere miope in un certo senso sia una fortuna. Perché la miopia può essere una benedizione. Se sappiamo trarne insegnamento.
Un miope non vede bene da lontano e impara che solamente attraverso le giuste lenti può vedere le cose come dovrebbe vederle. Un miope impara che non può accusare gli altri, il mondo o la politica, perché non è in grado di distinguere chiaramente le immagini.

Semplicemente ha bisogno di qualcosa attraverso la quale poter mettere a fuoco quello che vede.

Una delle cose importanti che ho imparato nel mio percorso di crescita spirituale è che nel mondo tutto può essere interpretato, diventare simbolo, allegoria e mezzo attraverso il quale vedere oltre.

Come miope ho imparato a mie spese che copiare dalla lavagna senza vederci bene non porta buoni voti e nemmeno alla risposta giusta.

Ecco, voglio dirvi che molti guardano il mondo, la realtà, la società come miopi, vedendo tutto in maniera sfocata, ma con l’ausilio di altri miopi che indicano loro la risposta sbagliata.

Se leggete i social network o i commenti ai forum sembra che tutti “sappiano di avere ragione”, mentre un miope potrebbe dire loro che forse hanno bisogno di lenti nuove, perché a volte dovete cambiarle nuovamente, anche se credevate che andavano bene…

Una correzione eccessiva vi porterebbe a sua volta ad altri disturbi, come impara chi riceve da ottici poco competenti lenti troppo forti.

Ecco, vedo la mia miopia come una benedizione, perché ho imparato che alla fine siamo tutti un po’ miopi in qualche aspetto della vita. A volte non vogliamo vedere. E vogliamo mostrare agli altri che invece la nostra vista è aguzza, che vediamo bene la realtà…

Ognuno di noi guarda la vita attraverso i propri “occhiali”, le proprie lenti. Anche io ho le mie, ma essendo miope forse ho un certo vantaggio. Perché so che anche se penso di avere ragione potrei non averla.

La gioia delle piccole cose

Nick Vujicic viene considerato uno dei maggiori autori motivazionali del mondo.

Cosa ha di straordinario?

Nick Vujicic è nato senza braccia e senza gambe.

Basterebbero queste poche frasi per farvi capire la grandezza del personaggio.

Desidero però raccontarvi ancora qualcosa di lui, ma anche del mondo della disabilità. Un tema che, mi sono accorto nel tempo, crea delle difficoltà oggettive nel parlarne serenamente.

Le persone definite “disabili” portano a considerazioni che rimettono in discussione la nostra visione del mondo e della vita. Ci confrontano a volte con condizioni per le quali non sappiamo dare risposte sensate.

Soprattutto se viviamo avendo fede nella dimensione soprannaturale, nell’Assoluto, in quello che chiamiamo Dio.

Nick Vujicic nonostante la sua condizione, e forse grazie ad essa, è un esempio fulgido di quello che un essere umano può trovare nel proprio animo, dimostrando che la felicità e la gioia interiore non dipendono dalle condizioni esterne, ma da come le viviamo.

Certo, egli stesso racconta dei momenti difficili, del desiderio di morire che lo ha attraversato nei momenti più bui, ma le sue parole sono come un faro che illumina le tenebre dei cuori delle persone che hanno bisogno di qualcuno che mostri loro la via verso il risveglio.

Perchè a volte rimaniamo dormienti, chiusi nei nostri problemi, senza vedere la bellezza che continua a circondarci, mentre ci soffermiamo sulle cose che ci donano dolore.

Nick insegna la gratitudine nei confronti della vita, la gioia delle piccole cose e, certamente, anche la fede che lo porta a vivere questa pienezza.

Il messaggio di Nick Vujicic è pieno di speranza e di conforto per le persone che soffrono… Per far capire quanto ognuno di noi è importante e vale.

Perché ogni essere umano è un tassello fondamentale nel mosaico di quell’incredibile viaggio che chiamiamo vita.

Vedere le cosiddette persone normodatate piangere ai suoi incontri, mentre Nick li consola, e dona loro sostegno è semplicemente straordinario. Il suo sorriso splendente è contagioso, e mi porta ad augurarmi che voi che leggete vogliate guardare i suoi video e condividere la sua storia.

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