Cuore sacro

Racconti miei-1

Come scritto precedentemente inizio qui a pubblicare alcuni miei racconti. Questo è il primo. Era uscito anni addietro in un volume dedicato a una manifestazione che si è svolta a Bolzano chiamata “Time Code”. La storia si svolge nel quartiere di Oltrisarco, a Bolzano, e quindi alcuni riferimenti risulteranno più chiari a coloro che ci sono cresciuti o ci hanno abitato. In caso voleste maggiori informazioni sulla manifestazione e altro chiedetemelo pure nei commenti.

Buona lettura.


Il cielo parla all’uomo, e lo fa da sempre, inesorabile nel suo comunicare. Ogni tassello del mosaico s’incastra e infine il grande disegno si mostra. Le voci dall’alto sussurrano nel vento e il mondo non attende altro che d’essere svelato, come una luce che nel buio aspetta d’accendersi per illuminare ogni cosa.

Questo è ciò che sente Francesco Rocchi, seduto su una panchina del parco Mignone, mentre il calore lo inonda da dentro e il suo viso sembra quello di un uomo che ha raggiunto il risveglio.

L’emozione è un sentire senza parole, e lui non sa descrivere quello che prova, ma lo assapora ugualmente, come dolce sapore d’estasi, come un profumo inebriante. S’accarezza la barba bianca come la neve e ripensa alle domande che lo hanno tormentato fino a quel momento. Ora la risposta si staglia netta dinanzi ai suoi occhi: un raggio di sole che squarcia il cielo nuvoloso e illumina.

Ripensa alla passeggiata che lo ha portato a quell’attimo e ogni cosa assume per lui un senso,  dentro sente ardere il fuoco della speranza.

Francesco Rocchi vive a Oltrisarco da sempre. Ha 66 anni e da quaranta vive con quella che allora era la sua giovane sposa in un appartamento in via Rovereto, dove ha un bell’orto sotto casa e insieme alla moglie cura il giardino nel condominio di poche famiglie. Gli altri, più giovani di loro, hanno sempre mille impegni, e allora lui e Graziella dedicano il loro tempo da pensionati alla cura delle varie piante, delle siepi e delle rose, che ama particolarmente.

A volte, prendendosi cure delle rose le chiama per nome, le accarezza e parla con loro come se ascoltassero, ha l’impressione che lo capiscano come spesso le persone che conosce non sono in grado di fare.

Ha due figli ormai sposati, è nonno, e le sue giornate si snodano simili una all’altra, tra la casa da tenere a posto, le rose, i nipotini e le passeggiate nel quartiere, dove tutti lo chiamano Franco. Il tempo scorre e lui se lo sente scivolare accanto, come in un lungo viaggio attraverso gli anni.

Ama Oltrisarco come difficilmente si può amare un luogo. A volte pensa che sia il centro del mondo. Sicuramente lo è del suo, dov’è nato, dove vuole vivere e dove un giorno sarà sepolto. Un quartiere che si trova in una città di una regione così bella da togliere il fiato, sospesa tra un passato che ancora ferisce e le paure di un futuro incerto.

È sabato mattina, uno come tanti, nel quale ripete le stesse cose ormai da troppo tempo. Attende di fare il solito giro per il rione, incontrandosi con Vito, amico di sempre, con cui berrà qualche bianco. Di solito si trovano alle dieci e mezza di fronte al bar San Marco, in via Claudia Augusta, ma mentre un tempo quella era la loro prima tappa, ora, da quando ci sono i cinesi, hanno scelto di trovarsi dall’altra parte della strada. Pensare al vecchio gestore, loro amico, che non c’è più, pesa ad entrambi, e vedere volti di un mondo distante è insopportabile, soprattutto per Vito. Allora preferiscono incontrarsi all’altezza del piccolo parcheggio privato prima del campetto con lo stemma del Juventus Club, poco lontano dalla chiesa, dove un tempo militavano i loro ragazzi  da pulcini e da esordienti.

Cominciano la passeggiata del sabato mattina che li porta attraverso il quartiere, parlando e  raccontandosi una volta di più del tempo che è stato, come è cambiata Oltrisarco, come erano belli i vecchi tempi, quando si era più poveri ma la gente era unita.

Dopo una vita passata tra le stesse vie, volti mai visti prima passano accanto a loro e più d’uno ha un altro colore della pelle.

“Che brutte facce”, dice Vito, come mille altre volte, facendo una smorfia per sottolineare l’affermazione. “E poi che odori…”

Franco ormai non ci fa più caso. Vito è così, prendere o lasciare.

Camminano dicendo le solite cose, si raccontano aneddoti sui posti. Ricordano. Là c’era un negozio di bici, ti ricordi? Ti ricordi il cinema Costellazione?

Quanto tempo avevano passato nei vari cinema, quando si stava ore e ore all’interno, si pagava un biglietto e si guardava tre volte il film, perché quello era un luogo di ritrovo dove i ragazzi schiamazzavano, dove tra un fugace bacio con l’amichetta, le risate e i rumori che echeggiavano in sala, parte della trama andava persa.

Il tempo passa e noi invecchiamo, dicono, lasciando spazio ai ricordi, mentre camminano.

Al loro fianco scorrono i vari negozi e si sprecano i “ciao” e i “buongiorno”.

“Principe?”, chiede Vito. Franco annuisce ed entrano nel locale un tempo frequentatissimo, almeno da loro. Negli anni il bar è stato completamente rinnovato. Prima era molto più grande ed entrambi ricordano benissimo le sfide a biliardo, il calcio balilla e i tornei a briscola giocati in quello che ora è lo studio di un medico.

Ordinano due bianchi, e con il bicchiere in mano parlano del quartiere, delle problematiche che ci sono, di quanto sia grande Oltrisarco.

Via Maso della Pieve, la zona industriale, Aslago.

Cosa c’entra Aslago con via Claudia Augusta, il cuore d’Oltrisarco?, si chiedono. Sono distanti anni luce. La distanza la rappresenta bene un muretto che si trova tra la zona popolata prevalentemente da abitanti di madrelingua tedesca e una delle vie in cui ci sono anche gli italiani. Un muro tra due vie.

Poi, Franco si ricorda di quando le scuole elementari Tambosi erano ancora chiuse e le Gianni Rodari si chiamavano Rudolf Stolz. I bambini, sia italiani che tedeschi, frequentavano lo stesso edificio e quando facevano la pausa insieme, capitava che si tirassero le pietre. Chissà se la cosa è cambiata tra i giovani d’oggi?, si chiede.

Leggendo i giornali sulle cose che avvengono in Alto Adige si hanno sempre notizie di parte, pensa. Dove sta la verità?

Perché una terra che è votata al Sacro Cuore di Gesù non è ricolma in ogni dove del suo amore?

Vorrebbe vedere la fratellanza tra i popoli, da sognatore qual è, gli fanno male gli articoli che legge sul giornale e che creano un solco tra due popoli che sembra si sopportino senza guardarsi, come immersi in una sincera indifferenza: Io faccio quello che mi pare di qua, tu fai quello che ti pare di là. Certo, ci sono i conoscenti di lingua tedesca, qualche amico forse, ma dov’è quella meravigliosa condivisione che Franco vorrebbe?

Si volta, guarda Vito e pensa che la cosa sarà molto difficile.

“Spostano l’alpino!” gli dice l’amico accigliato, vedendo i titoli della prima pagina dell’Alto Adige. “In una caserma da qualche parte. Io proprio non capisco. Come se un alpino fosse un simbolo fascista.” 

Finisce il bianco e ne ordina altri due, mentre Franco attende il fiume in piena che sta per uscire dalla sua bocca.

“Non hanno voluto il raduno degli alpini a Bolzano quest’anno perché è il bicentenario della morte di Andreas Hofer. Ma a Mantova lo hanno fucilato i francesi e non gli italiani! E poi lo aveva tradito un compaesano!” Butta giù il bianco con foga. “Era una provocazione il raduno a Bolzano, dicono. Una provocazione!”, s’infervora Vito.

“Mi ricordo che sotto naia c’erano insieme a me dei tipi di Sarentino che erano orgogliosi d’essere alpini. Guarda che non sono tutti degli estremisti.”, lo incalza Franco. “Dobbiamo fare i distinguo. Ce n’è di gente in gamba.”

“A volte me la meni con la storia del Sacro Cuore di Gesù. Questi accendono i falò sulla montagna e poi rimpiangono i nazisti.”, continua Vito.

Ci sono momenti in cui Franco non sa cosa proprio dirgli, non riesce ad intervenire, vorrebbe parlargli di quello che questa terra potrebbe essere. Pensa al Sacro Cuore trafitto dalle spine dell’odio.

Il padre di Vito era stato fucilato dai nazisti quando la madre era ancora incinta, lungo le mura dello stabilimento Lancia, insieme ad altri undici operai che avevano organizzato nella zona industriale un gruppo di resistenza. Per anni, andando a lavorare, era passato davanti allo stesso muro e aveva immaginato mille e più volte suo padre che fieramente aveva mostrato il viso alla morte vestita con le uniforme del Reich. Lo immaginava accasciarsi insieme agli altri undici come un eroe.

“Sei un sognatore. In questa terra non ci sarà mai convivenza”, sentenzia Vito, rivolto a Franco, lo sguardo fisso verso qualche punto indistinto, il bicchiere saldamente in mano.

È talmente fermo nelle sue parole, talmente convinto e risoluto, che Franco teme che questa sia la verità ultima, definitiva, quella che formerà il destino. Questo lo annichilisce, si sente svuotato, e si chiede se in realtà non ci sia qualche speranza. In questi casi l’unica àncora di salvezza che sente dentro è la preghiera, e mentre tra di loro scende il silenzio, nell’animo cerca tutte le preghiere che conosce. Le recita nella sua mente mentre ha i denti serrati.

Prega di trovare le parole e un segno che gli possa indicare ciò che accadrà. Non vuole smettere di credere che l’Alto Adige possa diventare un paradiso in terra, dove ogni popolo si senta a casa propria, dove ciò che conta non è la lingua che parli, ma il cuore che hai.

Forse sono i bianchi bevuti, o forse è lo sconforto che sente il quel momento, ma sente il bisogno di uscire dal locale, di prendere aria. Franco tira fuori una banconota da cinque euro, verde come i dollari, la contempla vedendo i ponti che dovrebbero simboleggiare l’unione tra i popoli, e tra sé e sé si chiede come possano unirli, se un ponte riesce a separare una città da un quartiere e a volte basta un muretto per creare l’abisso.

Escono dal bar. Franco si guarda intorno. Serrande abbassate o negozi che cambiano insegne e gestore. Le parole di Vito gli sembrano lontane, distanti, quasi non fossero mai state dette.

Forse con le esperienze dell’amico anche lui non avrebbe più creduto nella convivenza, forse anche lui avrebbe pensato all’impossibilità di vivere con cuore aperto la speranza di un’unione che vada oltre le barriere linguistiche, per portare la gente a considerarsi un solo popolo.

Pensa a Oltrisarco con persone arrivate da tutto il mondo, dalla Cina, dal Pakistan, dall’Albania, dalla Romania. Più del dieci per cento degli abitanti del quartiere sono immigrati, e tra i bambini sono addirittura la maggioranza. Spera che siano loro a creare un nuovo modo di vivere insieme. Magari proprio la presenza degli immigrati potrebbe portare a superare le barriere. Sogna ad occhi aperti.

I punti di vista nascono dalle esperienze, pensa Franco, ricordando che è stato un soldato nazista a salvargli la vita quando aveva appena un anno, durante i bombardamenti del ’44, quando veniva bombardata tutta la linea ferroviaria lungo Oltrisarco, fino alla stazione.

Un giorno sua madre si trovava con lui in braccio nel sottopasso vicino a Ponte Loreto. La gente, accalcata sotto il cavalcavia, spingeva e spingeva, e il bambino stava diventando viola, rischiando di soffocare, quando all’improvviso un soldato tedesco, che per chissà quale motivo si trovava lì, era riuscito a fare scudo con il suo corpo alla madre di Franco e per tutta la durata del bombardamento aveva tenuto il bambino sollevato, per farlo respirare. Nonostante la fatica, non aveva calato le braccia per un attimo. Quando non si sentirono più gli aerei alleati, il tedesco si era dileguato e sua madre non seppe mai il suo nome. Da quando era piccolo, però, gl’insegnò a giudicare le persone dal cuore, non dall’uniforme, dalla lingua o da qualsiasi altro motivo che non fosse il cuore di un uomo.

Il cuore è la misura di tutto, pensa, e ricorda le volte che Vito, nonostante il suo fare burbero e l’atteggiamento a volte razzista, ha aiutato delle persone senza chiedere dazio. Senza distinzioni.

Si ricorda di quando l’amico da ragazzo difendeva i bambini più piccoli dai soprusi dei bulli che c’erano allora nel quartiere. Quante ne aveva prese per loro, ma quante ne aveva anche date.

Un tempo era il suo eroe, lo ammirava. Lo vedeva forte quanto lui si sentiva fragile. Aveva cominciato ad imitarlo per poter essere come lui. Quante cose aveva fatto insieme a Vito nel loro amato quartiere: avevano giocato nei bunker, passeggiato per i boschi raccogliendo castagne, avevano sentito gli anziani, che ascoltavano rapiti, raccontare della guerra, o di quando un tempo c’era la funicolare del Virgolo e la grande veranda panoramica era quasi sempre affollata da persone  ai concerti serali e alle serate danzanti.

Tutto questo per loro era magico, il racconto incredibile di persone che sembravano avere la conoscenza di tutto, non come ora che ogni ragazzino può andare su internet e sbugiardare i vecchietti che ricordano il passato condendolo di poesia, esagerando qua e là qualche dettaglio.

Franco vorrebbe che proprio da Oltrisarco partisse la grande speranza di un futuro condiviso, nel quale vedere di più le cose che uniscono rispetto a quelle che separano.

Il profumo delle rose proveniente dal baracchino dei fiori di via Claudia Augusta lo riporta al qui e ora, ritorna al semaforo, alla strada da attraversare.

Appena scatta il verde, i due amici s’avviano verso il vicolo che li porterà al parco Mignone, dove, come ogni sabato, concludono la loro passeggiata e si salutano dandosi appuntamento a quello successivo.

Dall’altro lato della strada li attende la fragranza del pane di uno dei più noti panifici di Bolzano. Franco rimpiange le chiacchierate con il proprietario della storica merceria che c’era al suo posto e mentre guarda la sala scommesse aperta da poco, rimpiange anche le bische clandestine, dove si ritrovava con Vito e altri a giocare a soldi.

 A cosa stavo pensando?, si chiede. A volte i pensieri si confondono, forse per i bianchi bevuti o forse per l’età.

Ripensa alla discussione con Vito e i ricordi che lo hanno assalito.

“Il tempo passa e noi invecchiamo”, dice.

“È una ruota che gira”, gli risponde Vito, con fare distaccato e la faccia scura. 

Non ama parlare della situazione in Alto Adige, lo indispone, e dopo che ne hanno parlato tiene sempre il broncio per il resto dell’incontro. È inutile tirare fuori altri argomenti, Franco lo sa, come sa che il resto della passeggiata sarà un calvario, com’è successo tante altre volte. Tra lunghi silenzi e qualche frase borbottata, il percorso diventa uno sfondo per i loro pensieri.

Attraversano il portone che si trova tra via Claudia Augusta e via Aslago, dopo essere passati davanti al piccolo supermercato, percorrono la via laterale, mentre dall’altro lato della strada, nei cortili delle basse case, bambini di colore giocano al pallone, gridano e ridono in una lingua che entrambi non conoscono. Franco sorride vedendoli, mentre Vito si fa ancora più torvo in viso.

Franco vorrebbe dirgli qualcosa, ma pensa che sia inutile, e così, rassegnato come sempre all’atteggiamento dell’amico, prosegue la passeggiata. Non vede l’ora di sedersi su di una panchina, di fermarsi per riflettere con calma, quando Vito lo saluterà per proseguire il giro di bianchi in altri bar, con altre persone che finalmente gli daranno ragione sull’impossibilità della convivenza.

A Vito non piace essere contraddetto, pensa che il suo punto di vista sia quello giusto, quello oggettivo. Non riesce a concepirne altri, e Franco lo sa.

Si è chiesto più di una volta cosa lo porta ad incontrarsi ancora con lui e restargli amico. Ai suoi occhi l’eroe dell’infanzia è ormai svanito da tempo. Forse ha semplicemente deciso di voler bene alle persone nonostante i loro difetti e le idee che non è in grado di condividere.

“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, dice Gesù nel Vangelo secondo Giovanni.

Si sforza di seguire questo comandamento, ma lo sente difficile, lontano dalla natura umana.

Franco ha cominciato ad avere fede da poco e gli sembra quasi di voler recuperare il tempo perduto.

Vito, dal canto suo, rimpiange il vecchio Franco, il bevitore incallito e giocatore d’azzardo, uno di quelli che si facevano rispettare e che ora gli sembra l’ombra sbiadita di un tempo. Lo frequenta ancora pensando che possa tornare l’amico di un tempo, perché non gli piacciono le sue storie su Gesù e l’amore, sulla speranza e la carità, sul Sacro Cuore e l’importanza della confessione. Lui è un realista, un pragmatico, che guarda le cose come sono, e non vola con la fantasia, perché la vita è fatta così. L’uomo per lui non cambierà mai, se non a legnate.

Il silenzio diventa assordante, finché Vito saluta Franco all’imbocco della stradina sterrata che porta verso il parco.

“Vado a bermi un bianco al Bar Pia” gli dice. “Se vuoi venire…”

Franco gli tende la mano e salutandolo si chiede se si risentiranno o meno, oppure se è giunto il tempo di liberarsi del passato e camminare su strade nuove.

I due si voltano e proseguono il loro cammino, uno da una parte e uno dall’altra.

Nel parco Franco vede dei bambini che giocano e si rincorrono, che si lanciano il pallone e giocano a darsela, e poi persone con i cani al guinzaglio che lo salutano e gli sorridono. Si guarda in giro e rivede il parco Mignone con gli occhi di quando era piccolo e proprio lì venivano provati i carri armati in dotazione all’esercito, mentre un sacco di bambini e di giovani guardavano il tutto  affascinati da quello che sembrava loro un grande gioco.

La caserma era parte integrante della vita di Oltrisarco e pure della sua vita. Certe volte lui, Vito e altri ragazzi, dopo avere scavalcato la recinzione per vedere più da vicino, si facevano prendere dai soldati che li rinchiudevano in una grande stanza e facevano loro la ramanzina del caso. Poi arrivava il maresciallo Coletti, con un vassoio pieno di panini con il salame. Per loro, che avevano sempre fame, era il paradiso.

Alla Mignone Franco aveva fatto il  militare, e gli sembrava strano pensare ai tanti mesi passati lì, dove ora ci sono tutte quelle case con balcone e terrazza, in cui abitano famiglie che lui non conosce e che non hanno mai visto la caserma che lui ha amato.

Cammina, vedendo il parco di oggi, mentre nei suoi pensieri il passato e il presente si sovrappongono. Vede i cingolati d’un tempo passare sopra la terra battuta, dove ora l’erba ricopre il grande prato. E rivede i concerti, le feste dell’Unità, lui e sua moglie che ballano sulle note di Romagna mia, le sfilate di moda e i balli latinoamericani.

Percorre la stradina sterrata. Guarda la panchina sulla quale un giorno aveva pianto per la morte di un amico, dove con lui aveva tante volte riso sulle barzellette che si raccontavano. Decide d’andare oltre, vuole sedersi senza avere pensieri nella testa, lasciando che il silenzio domini.

Cammina verso i giochi per i bambini, guarda le altalene e va oltre. Prosegue verso una delle due panchine, quella più a destra è libera.

Sull’altra una giovane signora con accanto un passeggino ha tra le mani un libro, col sorriso sulle labbra sembra assaporare avidamente le parole che il suo sguardo incontra. Franco cerca di sbirciare senza dare nell’occhio per carpire il titolo, ma non riesce nell’intento. Dispiaciuto va avanti, chiedendosi cosa stia leggendo la donna, in quali mondi stia viaggiando il suo pensiero.

In quanti mondi s’è perso lui negli anni, per amore della lettura.

Si siede abbandonandosi, come se la panchina lo stesse aspettando per accoglierlo e rassicurarlo. Ripensa a Vito, alla convivenza e ai ricordi del quartiere, chiedendosi cosa leghi ogni cosa. Da lontano osserva la casetta di legno con i disegni dei bambini e si chiede se una mano nascosta stia tratteggiando la sua storia, come in un disegno, scrivendo ciò che prova e vede.

Ripensa alle parole del nuovo vescovo di Bolzano che dice d’andare oltre gli steccati che separano i vari gruppi linguistici. Immagina il mescolarsi del meglio dei due popoli, la concretezza dei tedeschi e la passione degli italiani, e una società multietnica in cui ogni essere umano si senta a casa propria.

Si fa il segno della croce mentalmente, perché non vuole che altri lo notino, e si mette a pregare tra sé e sé, mentre bambini e bambine, biondi e mori, cinesi e di colore, giocano nel prato, sulle altalene e sullo scivolo. Un tuono in lontananza gli fa alzare lo sguardo verso il cielo nuvoloso, ma senza distoglierlo dalla preghiera.

È sabato, e così recita nella sua mente i misteri gioiosi. Rivive l’annunciazione e la nascita di Gesù in una stalla, e la gioia lo riempie. Finisce il rosario e chiede al cielo un segno per il futuro di questa terra meravigliosa, con il desiderio che la sua preghiera venga accolta dall’alto.

Come sarà il futuro di questa terra? si chiede. Nell’attimo stesso nel quale finisce di formulare la domanda, il cielo sembra rispondergli.

Un raggio di sole, solitario ma inequivocabile, squarcia il cielo grigio e colpisce una coppia di bambini che guardano verso l’alto sorridendo, mentre la luce del sole sembra indugiare su di loro. Si tengono per mano, lei bionda con gli occhi azzurri, lui con la pelle nera e i denti bianchissimi che mostra in un sorriso enorme. La luce li circonda, e agli occhi di Franco quei bambini sembrano due angeli donati dal cielo. Vede in loro il futuro, due novelli Adamo ed Eva di una nuova umanità.