Riflessioni

Scrivo un articolo dopo quasi un mese, senza avere preparato una scaletta o un tema, ma semplicemente per esprimere poche riflessioni su quello che significa avere un blog.

Non essendo un blogger professionista e avendo mille impegni al di fuori di questo sito, tra lavoro, famiglia e passioni varie, ho pensato che sarebbe interessante cambiare modalità di relazione con il mio pubblico.

Mi spiego: Ho mille idee e tanti articoli per la testa e sicuramente il mio desiderio è quello di contribuire il più possibile al benessere delle persone. Di certo però non ho la pretesa di dare risposte definitive sulla vita, sul mondo e sulla realtà, ma l’intenzione di mostrare il mio punto di vista.

La mia vita è vissuta in maniera straordinaria, con una gioia che faccio fatica a descrivere a parole, e così cerco di trasmettere come posso quello che riesco. Mi piace l’idea di poter contribuire a mantenere alto il fuoco della speranza, di trasmettere idee che possano in qualche modo portare a riflessioni che possano migliorare la vita di coloro che mi seguono.

Quindi questo post si rivolge a chi legge con una domanda che può portare questo blog a un altro livello, anche di condivisione.

Di cosa volete che scriva?

Ho scritto di percezione della realtà, di speranza, ho raccontato storie di grandi personaggi, ho pubblicato articoli riguardanti la meditazione e la crescita personale…A volte però ci sono temi precisi sui quali le persone desiderano un punto di vista diverso, un’opinione altrui.

Certo, ci sono mille temi sui quali comunque tornerò. Quando poi avrò la possibilità di seguire il blog con maggiore assiduità, anche gli articoli saranno più frequenti. Intanto però vi chiedo un contributo per dare qualche spunto di riflessione a me e ad altre persone che potrebbero essere interessate.

Chi ha letto il mio libro “Sposta le tue montagne”, edito da Anima Edizioni, conosce già una parte delle mie idee, e nel caso non lo aveste fatto v’invito a leggerlo, ma sarebbe bello condividerne molte altre.

Un caro saluto a voi lettori e un abbraccio forte. 😉

La vita è meravigliosa

Il titolo di questo post è ripreso da un film del 1946 di Frank Capra con protagonista James Stewart. Divenuto un classico senza tempo nel 1998 venne inserito dall’American Film Institute tra le cento migliori pellicole del cinema americano. Senza ombra di dubbio è uno dei lungometraggi più amati di sempre in America.

Perché scriverne?

Perché il messaggio di speranza che ci dona è bellissimo e merita tutta la nostra attenzione.

Il protagonista, dedito nella sua vita al prossimo, si ritrova in una situazione disperata ed è sul punto di suicidarsi la viglia di Natale sentendosi un fallito. Lo zio ha per distrazione perso i soldi che avrebbe dovuto pagare di tasse in banca e oltre al rischio del fallimento della sua ditta rischia anche conseguenze penali. Quando sta per gettarsi da un ponte in suo soccorso arriva un angelo mandato da Dio.

L’uomo manifesta il desiderio di non essere mai nato, e così viene esaudito. Cammina con l’angelo per la sua città, mentre nessuno lo riconosce, nemmeno la moglie, e i loro quattro figli non sono mai nati. Suo fratello, che lui aveva salvato mentre pattinavano sul lago ghiacciato da ragazzi, era morto in seguito all’incidente, e la madre è in lutto da allora, mentre altre persone che lui aveva aiutato in varie circostanze avevano subito gli effetti del suo mancato intervento.

La stessa città aveva cambiato completamente volto.

Vedendo tutto questo il protagonista prega l’angelo di poter tornare alla sua vita, essendosi reso conto della sua reale importanza nella vita degli altri e della città. Al suo ritorno tutte le persone che ha aiutato negli anni raccolgono i soldi per salvarlo, dandogli così il più bel regalo di Natale possibile.

Il film è un classico natalizio, ma ho pensato di scrivere questo post ora pensando ad alcune persone care. A volte la vita può portarci in momenti di profondo sconforto, ma in realtà non conosciamo la reale importanza che l’esistenza di ogni persona ha nelle vite degli altri. Siamo tutti importanti, in modo diverso, siamo come note nella sinfonia del creato.

Indubbiamente la visione di questo film ancora oggi può donarci speranza ed essere d’ispirazione per ricordarci una volta di più che la vita di ognuno di noi è importante. Non sappiamo in realtà l’impatto che le cose che abbiamo detto, fatto o scritto negli anni hanno avuto sulle persone che conosciamo.

Questo breve post vuole essere un invito a ricordarsi dell’importanza che ognuno di noi ha nel mondo, che ci sono persone che ci amano e che desiderano il nostro bene e che meritiamo di vivere una vita meravigliosa.

Dittatura?

Da quando è scoppiata la pandemia leggo post e ricevo messaggi, anche da parte di persone che amo e stimo, che scrivono di una dittatura che si starebbe instaurando in questo periodo in Italia, e non solo.

Dato che ho personalmente parlato con persone che hanno perso i loro famigliari in alcune grandi tragedie, a volte dimenticate dalla maggioranza delle persone, ho pensato di scrivere qualcosa al riguardo.

Cos’è, dunque, una dittatura?

Dal mio punto di vista la nostra situazione attuale oggi più che essere, come alcuni affermano, una vera dittatura è un segno dell’assoluta inadeguatezza sia delle classe politica e sia dell’organizzazione sul piano sanitario nell’affrontare l’emergenza. Di questo però non scriverò più di tanto in questo post.

Copio/incollo da Wikipedia l’inizio riguardante la voce “dittatura”:

“La dittatura può essere una forma autoritaria o totalitaria di governo che, nella sua accezione moderna, accentra il potere in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggicostituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato.[1][2]

In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l’autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa. La dittatura è considerata l’opposto della democrazia. Va inoltre detto che il dittatore può giungere al potere anche attraverso mezzi democratici (valga l’esempio di Adolf Hitler, il cui partito raggiunse la maggioranza relativa dei voti nelle elezioni di luglio e del novembre 1932).”

Mi rendo conto delle difficoltà attuali, soprattutto di coloro che hanno un lavoro precario, o lavorano nella ristorazione e nello spettacolo, e sono concorde sul fatto che molte risposte alla problematica siano state inadeguate, ma difficilmente vedrete esecuzioni sommarie nelle strade delle città italiane. Non credo che qualcuno di noi verrà giustiziato, come accade in una vera dittatura, per le cose che diciamo o facciamo.

Vi metto alcuni esempi di dittatori, giusto per rendere l’idea, che hanno fatto massacrare parte della popolazione:

Pol Pot: Durante il suo governo d’ispirazione comunista tra il 1976 e il 1979 un quarto circa della popolazione cambogiana venne massacrata su suo ordine diretto. Le stime vanno dagli 1,5 ai tre milioni di morti, donne e bambini inclusi…La foto che vedete all’inizio dell’articolo mostra i teschi di alcune vittime del suo regime come potete vederli nel Museo del genocidio di Tuol Sleng che si trova a  Phnom Penh, ovviamente in Cambogia.

Suharto: Nel 1965 il generale Suharto fece un colpo di stato militare che lo portò a essere il capo di stato dell’Indonesia. Pare che fosse appoggiato anche dalla CIA in funzione anticomunista. Recenti stime parlano di un numero dai due ai tre milioni di morti durante i cosiddetti “massacri indonesiani”.

Omar Al-Bashir: Salito al potere in Sudan nel 1989 con un golpe è stato a sua volta destituito con un colpo di stato militare nel 2019. Le sue prime misure da capo dello stato furono la cancellazione dell’opposizione, mettendo al bando ogni partito politico, la censura della stampa e il scioglimento del Parlamento. Durante la lunga guerra civile che ha dilaniato il paese sono morti milioni di sudanesi, mentre a livello internazionale viene considerato direttamente responsabile del genocidio in Darfur, per il quale è stato accusato dalla Corte Penale Internazionale per  aver “ideato e implementato” un piano per la distruzione di 3 gruppi etnici: FurMasalit e Zaghawa con campagne d’omicidio, stupro e deportazione. Il suo governo risulta inoltre coinvolto nel massacro della popolazione Nuba.

Re Leopoldo II del Belgio: Il re belga utilizzò lo stato del Congo come possedimento personale e dal 1885 al 1908 in 23 anni causò la morte, secondo le stime più accreditate, di circa 10 milioni di persone su 25 milioni di abitanti. Inoltre ordinò di mutilare un numero incalcolabile di lavoratori , facendo loro tagliare le mani, per dare l’esempio. Un genocidio quasi dimenticato dal mondo da parte del re di una nazione apparentemente innocua.

Scrivendo queste righe ho il volto rigato dalle lacrime.

Le tragedie causate dalle dittature nel mondo però non si limitano, purtroppo, a questi pochi esempi.

Mi rendo conto che noi siamo stati abituati a un modo di vivere completamente diverso e molti considerano quello che accade l’instaurarsi di un regime dittatoriale. Noi però non abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la reale portata della dittatura.

Ho parlato negli anni con iraqeni comunisti ai quali è stata uccisa la famiglia sotto il regime di Saddam Hussein, con persone che sono scappate dalla Nigeria, dove oltretutto agisce uno dei gruppi terroristici che nel mondo ha causato più morti (Boko Haram)… Ho conosciuto in Kenya dei rifugiati della popolazione Nuba. Un amico siriano è stato imprigionato in Siria in un suo viaggio verso il paese d’origine senza sapere nemmeno il motivo…E questi sono solo pochi esempi.

Quando parliamo di dittatura ripensiamoci. Oggi come oggi solamente il 5,7% della popolazione mondiale vive in quelle che vengono definite democrazie complete. Con i loro limiti, certo, ma non paragonabili alle sofferenze di molte altre popolazioni del mondo.

Questo non toglie di fatto l’impreparazione dimostrata dalla quasi totalità dei governi mondiali nell’affrontare a livello globale una crisi sanitaria.

La situazione che viviamo in Italia, per quanto difficile, con una privazione parziale delle libertà alle quali eravamo abituati, a causa della pandemia, non è però paragonabile a quella che anche oggi come oggi viene affrontata in paesi come il Turkmenistan, la Guinea Equatoriale o il Zimbawe.

Senza citare stati considerati democratici come le Filippine, dove il presidente Duterte sta instaurando un clima di terrore. Nel nome dell’ordine e della lotta alla droga vengono ormai costantemente eseguite esecuzioni sommarie, senza nessun processo, da parte dei militari.

Credo, e continuerò a credere, nella forza della speranza.

Questo non toglie, come ho già scritto altre volte, che dobbiamo essere consapevoli della realtà del mondo. Altrimenti continueremo a paragonare delle misure magari gestite male da una classe politica inadeguata a regimi che si portano dietro una scia di sangue che grida vendetta al cielo.

Con questo post volevo esprimere questo concetto.

A ogni modo ritengo comunque importante anche non dimenticare i danni che anche il sistema capitalista, utilizzato nelle cosiddette democrazie, ha causato nel mondo a scapito delle nazioni sfruttate.

Ma questa è un’altra storia e va raccontata un’altra volta.

Libertà e rivoluzione

In questo periodo difficile per tutti mi sono arrivati, come credo a molti di voi, un mare di messaggi, link, notizie via WhatsApp e via social con informazioni contrastanti e a volte con l’invito esplicito non solo alla disobbedienza civile, ma anche a una vera e propria rivoluzione nei confronti di uno stato considerato liberticida.
Per questo ho deciso di scrivere un post al riguardo.

Pur avendo praticamente da sempre una grande passione per la politica non è mai stata mia intenzione scriverne in questo blog.
Semplicemente perché ritengo che la crescita personale, alla quale dedico ciò che qui scrivo, trascenda le opinioni politiche dei singoli, che possono essere condizionate non solo dall’educazione familiare, ma anche da innumerevoli fattori storici e sociali che portano i singoli a ragionare in modo conferme alle tendenze del periodo.

Così come negli anni ’70 nelle fabbriche la maggioranza degli operai era dichiaratamente comunista, oggi come oggi molti di loro sono più vicini a posizioni diametralmente opposte.

I motivi sono molteplici e non sono qui a scrivere per indagarli.
Scrivo invece per sottolineare le mie idee riguardo alla libertà (qui trovate un mio precedente post intitolato “Il vento della libertà”) e a quello che secondo me dovrebbe essere la vera rivoluzione: quella interiore.

Molti scrivono che servirebbe una rivoluzione per liberarci da una serie di dittature che considerano presenti nel mondo contemporaneo: da quella dei mercati a quella delle grandi multinazionali, da quella dei cosiddetti poteri forti a quella della politica considerata illiberale. E mi fermo solo a queste. Anche chi è sempre stato di sinistra invoca ancora oggi la rivoluzione, credendo ancora in quella che qualcuno definiva “dittatura del proletariato”.

Come però diceva Winston Churchill, una dittatura risolve un sacco
di problemi, tranne la dittatura stessa.

E la rivoluzione?

Le rivoluzioni più conosciute della storia, quella francese e quella d’ottobre, portarono un bagno di sangue che ha di fatto cancellato gran parte delle cose buone che potevano esservi a livello d’ideale.
In Francia ci fu il terrore di stato da parte dei rappresentanti del popolo e successivamente l’impero napoleonico, passando così di fatto da un re a un imperatore. Altro che libertà, uguaglianza e fratellanza. Splendidi ideali affogati nel sangue.
E la rivoluzione d’ottobre? Neanche il più comunista tra voi può negare che l’ideale marxista è stato travisato nella sua applicazione pratica trasformandosi, allontanandosi dall’ideale d’uguaglianza a dittatura feroce in pochi anni.

Il comunismo ha portato ai gulag russi, ai milioni di morti causati dai khmer rossi, alla repressione delle libertà individuali, diventando così nella sua manifestazione in molti governi peggio di quelle dittature contro le quali si erano rivoltate.
(Qui non scriverò dei delitti, non meno gravi, contro l’uomo del nazifascismo e del capitalismo, perché il tema principale è un altro.)

La cosa alla quale ho già accennato è la natura che secondo me deve avere la vera rivoluzione, quella dell’anima.
Perché una società che si ribella a un modello preesistente senza avere avuto una crescita interiore nei singoli è destinata a soccombere al caos inevitabile. Non basta volere una società migliore per averla. Non basta ribellarsi allo status quo.

La rivoluzione alla quale ognuno di noi può aspirare è quella del cambiamento interiore, della consapevolezza che non siamo soli nel mondo, che ogni nostra scelta condiziona la vita degli altri e che solamente come cellule consapevoli di esserlo nel corpo dell’umanità, potremo svolgere il nostro ruolo nel modo migliore.

A volte noi esseri umani ci comportiamo come le cellule cancerose, che anziché lavorare per la salute del corpo lo attaccano. Certo, se comprendessimo le origini che stanno dietro alle motivazioni di questo attacco potremmo forse arginarlo, ma molti di noi sembrano non accorgersene. Perfino in un periodo come quello che stiamo vivendo ci sono persone che anziché mettersi al servizio della comunità continuano a gettare benzina sul fuoco.

Io non mi unirò a certi cori che sentite o leggete in vari gruppi che anziché scrivere sulla meditazione accusano e proclamano visioni complottiste come assolute.

Questo governo ha sicuramente commesso degli errori, ma credo che qualsiasi forza politica che si fosse trovata in tale situazione ne avrebbe commessi.

Dopo due mesi che hanno cambiato la percezione di molti vedo gente che medita da trent’anni piena di rabbia e livore.
Cosa è servito loro meditare tutto questo tempo?” mi chiedo.

E ricordo Nelson Mandela, che dopo 27 anni di carcere riuscì a trovare, senza cercare vendetta, un accordo con i suoi avversari politici che lo portarono a essere il primo presidente nero del Sudafrica, sconfiggendo di fatto l’Apartheid.
Chi è più giovane forse non se ne ricorderà, ma la segregazione razziale era una realtà che è stata sconfitta grazie a leader illuminati e carismatici come Madiba.

La rivoluzione interiore, come quella che lui ebbe, ci dovrebbe portare alla consapevolezza che nessuna gabbia, nessuna sbarra, può cancellare la libertà della nostra anima, della nostra profonda essenza. Fino a quando ci concentreremo sul mondo esterno, per quanto sbagliato possa essere, non ci renderemo conto di quello che possiamo trasformare cambiando noi stessi.
Siamo chiamati alla vera rivoluzione, quella che per noi esseri umani è più difficile, perché è più semplice proiettare al nostro esterno tutto quello che in realtà potremmo cambiare nel nostro cuore.

Per questo vi ricordo che ognuno di noi deve dare il suo contributo per un mondo migliore, e non è solamente scagliandosi contro cose che non vogliamo, ma soprattutto focalizzando le nostre idee e le nostre scelte su quello che di bello desideriamo nel mondo.

Ci sono due modi per smuovere le coscienze: Uno è basato sulla paura. L’altro sulla speranza.

Io lotterò sempre strenuamente perché la speranza sia alimentata in pensieri, parole e azioni.

La vera rivoluzione interiore nasce nella consapevolezza che possiamo usare la nostra libertà interiore per collaborare alla costruzione di un mondo che può divenire qualcosa di meraviglioso.

Diamo il nostro contributo in tal senso, anche con piccole azioni, che possono essere i nostri passi verso la grande meta.

Citando John Lennon daImagine”:
“Potreste dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico.
Spero che un giorno tu ti unisca a noi, e il mondo vivrà come una
cosa sola.”

I Have a Dream

«I Have a Dream» è il titolo del discorso tenuto da Martin Luther King Jr. il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili nota come la marcia su Washington per il lavoro e la libertà. In esso esprimeva la speranza che un giorno la popolazione di colore avrebbe goduto degli stessi diritti dei bianchi.”

Questo è quello che trovate scritto su Wikipedia cercando la voce “I Have a Dream”, letteralmente “Io ho un sogno”.

Martin Luther King Jr. nei suoi discorsi già in precedenza aveva usato il concetto di “sogno”, sottolineando a più riprese le differenze esistenti tra l’idea stessa del cosiddetto “American Dream”, il sogno americano, e la realtà concreta dei fatti.

Oggi questo famoso discorso viene giustamente da tutti visto come uno dei momenti fondamentali per quanto riguarda l’estensione dei diritti civili all’epoca goduti solamente dalla popolazione di pelle bianca. Questo meraviglioso capolavoro di retorica che citava la dichiarazione d’indipendenza e la costituzione degli Stati Uniti d’America, nonché il proclama di emancipazione voluto da Abramo Lincoln, che di fatto decretava la fine dello schiavismo in terra americana, venne però considerato all’epoca da apparati governativi, nonostante l’approvazione dell’allora presidente John F. Kennedy, sovversivo, portando l’FBI a investire King del titolo di “nemico principale degli Stati Uniti” come potete leggere qui in inglese.

Quest’inno alla libertà e all’uguaglianza ora tanto onorato e ricordato dappertutto fece paura a chi nell’establishment dell’epoca non poteva immaginare una società americana nella quale tutti i cittadini avessero gli stessi diritti.

Ancora oggi per quanto possa sembrare strano a noi italiani negli stati del Sud, quelli che dopo l’abolizione dello schiavismo fecero guerra ai nordisti nell’evento bellico più sanguinoso che gli americani abbiano mai avuto sul loro territorio, da molti Abramo Lincoln non viene nominato. Per i razzisti suprematisti Lincoln ancora oggi viene definito “the Traitor”, il traditore.

L’idea stessa di un presidente di colore come Barack Obama è stato vissuto da chi ancora vuole un mondo basato sulle separazioni etniche come un affronto.

A volte coloro che come me credono nella fratellanza universale, nella parità di diritti e di dignità per ogni essere umano, senza distinzione basate sulla religione, sul paese d’origine, sul colore della pelle o sull’orientamento sessuale, fanno difficoltà a pensare che possano esserci persone che non considerino questi diritti inalienabili.

Come però dobbiamo avere la forza di credere nel Sogno di cui Martin Luther King Jr. parlava, dobbiamo essere consapevoli che oltre a dover agire per cambiare lo stato delle cose dobbiamo ricordarci che ci sono persone che a questo cambiamento si oppongono con tutte le loro forze.

Martin Luther King Jr. venne ucciso il 4 aprile 1968 da un colpo di fucile di precisione alla testa mentre si trovava sul balcone del motel nel quale soggiornava a Memphis, dove era tornato dopo la marcia dei giorni precedenti, in un corteo dove stava manifestando, nel quale a seguito di scontri con la polizia era stato ucciso un giovane afroamericano di 16 anni, Larry Paine.

Egli sapeva che la sua vita era in pericolo e già aveva ricevuto minacce a causa del suo costante impegno per l’uguaglianza, ma ripeteva che non importava se la sua vita fosse finita presto, perché c’erano cose che a suo modo di vedere valevano di più.

La sua voce non è stata fermata dalla sua morte. Ancora oggi il suo Sogno è la bandiera di milioni di persone che non si arrendono alla visione suprematista e razzista che sembra avere preso piede negli Stati Uniti e nel mondo.

“Io ho un sogno,” disse “che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. É questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.”

Queste sono una parte delle parole che disse il 28 agosto 1963.

Io stesso ho un sogno.

Che quest’inno di fratellanza possa valere per ogni singolo essere umano di tutto il nostro pianeta.

Che ogni essere umano possa essere libero di vivere la sua vita nella pienezza e nella gioia, libero nel cuore e dalle catene di regimi totalitari.

Che ognuno di noi possa dare un contributo per rendere questo mondo il paradiso che potrebbe essere.

Ricordando che la realtà in molti luoghi di questo mondo ancora non è come vorremmo, ma che la Forza del nostro Sogno è maggiore di qualsiasi paura, di qualsiasi regime.

Noi stessi oltre che essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo siamo gli artefici stessi della Storia, del destino stesso dell’umanità.

Il nostro Sogno deve splendere come un fuoco che arde nei nostri cuori e nelle nostre anime ed essere il faro che illumina ogni nostra scelta giorno per giorno.

Noi siamo il cambiamento. Noi siamo la Storia.

Svegliati Signore!

Negli occhi di molti c’è ancora l’immagine di Papa Francesco nella piazza vuota davanti alla basilica di San Pietro sotto la pioggia.
Inimmaginabile fino a poco tempo fa.

Nelle parole della sua omelia di quella sera ci sono stati passaggi molto profondi, e in questo post desidero soffermarmi su alcuni di essi per sottolineare una cosa che ritengo di fondamentale importanza per comprendere meglio il momento nel quale viviamo: la nostra mancanza di fede.

Come “nostra mancanza” intendo quella della società nel suo complesso, dove pare che tutto sia importante per molti, tranne che il rapporto con la divinità, con la dimensione spirituale, vista da alcuni come un semplice retaggio del medioevo, e non come una profonda esigenza interiore dell’essere umano di comprendere il mistero stesso della creazione.

Papa Francesco nella sua omelia a un certo punto dice:
“Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”

Il riferimento diretto è al passaggio del Vangelo di quella sera, dove l’evangelista Marco racconta della paura dei discepoli durante una tempesta. Gli apostoli e Gesù sono su una barca, e Gesù dorme, unico momento nei Vangeli, e loro terrorizzati lo svegliano.
Sono impauriti, disorientati, e gli chiedono: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Marco 4:38).
Pensano che si disinteressi di loro, che non gli importi del loro destino.
E lui cosa fa?
Rimprovera le acque e i venti che così si calmano e si rivolge ai suoi discepoli dicendo: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»

Facendo un paragone con i giorni nostri siamo noi su quella barca e siamo noi ad avere paura, a temere per la nostra vita e per quella dei nostri cari, mentre siamo convinti che Dio si sia voltato da un’altra parte, se crediamo in lui, oppure che semplicemente non esista e che siamo spinti da un fato avverso verso il precipizio.

Personalmente ritengo che nelle più grandi avversità ci siano non solo lezioni da imparare, ma anche delle possibilità. Continuavamo a correre verso una crescita costante credendo che questo fosse l’unico modo per affrontare il mondo, a volte indifferenti agli altri per raggiungere i nostri obiettivi effimeri. Ora ci siamo resi conto una volta di più della nostra fragilità, che non siamo onnipotenti, che non possiamo piegare il mondo, le persone, il clima, le malattie, al nostro volere.

Alcuni maestri spirituali di diverse religioni hanno affermato che questo virus è stato creato dalla natura, dal mondo, da Dio, per insegnarci qualcosa, per ricordarci che non tutto ci è dovuto, che possiamo fare di meglio per questo pianeta, per la società e per i più deboli.
Perché anche se ci sono anche vittime di questa piaga che erano sane prima di contrarre il virus, la maggiorparte sono persone già malate, oppure anziane, e più deboli, mentre le strutture sanitarie del nostro paese e di altre nazioni non erano pronte a un’emergenza simile anche a causa di scelte politiche di governi di diversi colori che hanno preferito tagliare le spese sanitarie, mantenendo intatte invece le spese militari.

Ora, dopo le esortazioni del segretario generale delle Nazioni Unite a un cessate il fuoco generalizzato per tutte le zone di guerra nel mondo anche le guerre si sono fermate, dimostrando che è possibile farlo.

Dobbiamo essere consapevoli che in molti campi si può fare meglio di come abbiamo fatto fino a ora e che possiamo creare un mondo migliore, più giusto.

Per fermare la pandemia dobbiamo essere consapevoli che siamo, come giustamente ha detto Papa Francesco nell’omelia, tutti sulla stessa barca, che dobbiamo remare insieme, nella stessa direzione, aiutando il prossimo come meglio possiamo, sia contenendo il contagio e sia supportandolo a livello economiche se è nelle nostre possibilità.

Ritengo però necessario agire senza sosta avendo come costante in questo la fede, che oltre ad alimentare il sacro fuoco della speranza, deve diventare faro e guida che illumini le tenebre che ci circondano.

Io ho una certezza assoluta: Che la fede può spostare le montagne, che possiamo fare l’impossibile, sempre affidandoci a Dio, all’Assoluto, all’Universo o come lo volete chiamare, e che non siamo in grado di farlo solamente perché crediamo che non sia possibile.
Ci hanno insegnato questo in molti, ma la stessa Bibbia più volte sottolinea invece che dobbiamo credere, che dobbiamo avere fede, che la vera preghiera non è una supplica, ma la coscienza di una certezza.

A volte siamo intorpiditi, rassegnati all’inevitabilità di un destino ineluttabile, e la tempesta che stiamo vivendo può svegliarci dal nostro torpore e comprendere una volta di più che Dio è in attesa del nostro risveglio, che ci chiede di prendere per mano l’umanità e di gridare al cielo: “Svegliati Signore!”

Dio ci aspetta, aspetta che siamo noi a chiedere, che siamo noi anche a trattare con lui, come in varie parti della Bibbia ci viene insegnato*.

Gesù nel Vangelo di Marco commentato dal Papa dice:«Perché avete paura? Non avete ancora fede?»

Nei Vangeli ci esorta a chiedere, a bussare, anzi addirittura nella parabola della vedova e del giudice dice di essere insistenti, di continuare a chiedere, dicendo di pregare sempre senza mai stancarsi.**
La vedova risulta perfino essere molesta, e Gesù invita a gridare verso il cielo senza fermarsi.

Come non citare anche il passaggio in Genesi (18:22-33)*** dove Abramo intercede presso Dio più volte chiedendo di salvare Sodoma e Gomorra se avesse trovato un certo numero di giusti per non condannarli alla distruzione insieme agli empi. Prima contratta per 50 giusti, poi per 45, per 40, per 30, per 20 e infine la spunta per 10.
E stiamo parlando di Sodoma e Gomorra che sono considerati gli esempi più chiari di luoghi pieni di peccato.

Se dunque Dio è disposto a salvare delle città così trovando anche solamente 10 giusti, perché dovremmo temere la sconfitta, la capitolazione essendo consapevoli che Dio ci ascolta e aspetta l’innalzarsi della nostra voce?

M’immagino ora che qualche ateo potrebbe leggere queste righe e pensare che sia una riflessione basata su credenze superate dalla scienza e dall’illuminismo. Ebbene, essendo stato ateo comprendo il loro punto di vista, basato sulla razionalità, sulle speculazioni che devono avere degli riscontri oggettivi nel mondo materiale per poter essere considerati attendibili. Non solo li comprendo, ma penso che sia fondamentale che ci siano persone che mettono in dubbio la fede, in modo che non sia basata solamente sulle parole della nostra tradizione, oppure sulla fiducia non ragionata nei confronti di cose che non si capiscono.

Io scrivo di fede, e ci ho scritto un libro, perché ho avuto delle esperienze tangibili, concrete, reali, che porterebbero qualsiasi ateo, avendole vissute, a rivedere il proprio punto di vista.

La vera fede non è lo sforzo di credere in qualcosa, ma la coscienza di una certezza. Quando hai vissuto delle cose considerate miracolose personalmente nessuna speculazione fatta da altri può scalfire le tue certezze. Del resto chi s’interessa di scienza dovrebbe sapere che secondo la meccanica quantistica le aspettative di uno scienziato influenzano i risultati di un esperimento, dimostrando così, scientificamente, che il pensiero ha una sua forza.
Vi metto qui un articolo al riguardo, ma ne esistono moltissimi.

Immaginate un mondo in preghiera per la pace, per la salute di tutti, per la giustizia, e potrete comprendere come potrebbero essere il nostro pianeta e la nostra società se non continuassimo a lasciare il dominio al caos, alla paura, all’ira e al risentimento, vagando senza una meta, rassegnati a un destino inesorabile come molti di noi sono.

In questa settimana santa, nell’attesa della Pasqua di Resurrezione, ripensiamo e facciamo nostre le parole di Papa Francesco:
“Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”

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*Marco 11:22-24 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.

Matteo 17:20 20 In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.

Matteo 7 :7-8 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Luca 11:9-10 Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

**Luca 18:1-8 1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 6 E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. 

***Genesi 18:22-33 22Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore. 23Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città».27Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… 28Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque». 29Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». 33Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

Lo spazio interiore

Interrompo momentaneamente la sequenza di post dedicati a storie e situazioni che possono essere d’ispirazione nel nostro agire per portarvi una riflessione riguardante la situazione attuale che ormai ci riguarda tutti da vicino.

Non sono un virologo, un immunologo o un medico, e non ho la pretesa di svelare complotti o quant’altro, come molti blogger e opinionisti stanno facendo. Non ho le competenze mediche per farlo e non voglio sommare altre speculazioni a informazioni contraddittorie che stanno confondendo molte persone.

Ovviamente ritengo opportuno sottolineare il fatto che ognuno di noi può contribuire al meglio a far sì che la situazione torni alla normalità seguendo le raccomandazioni che ci vengono date a livello igienico/sanitario.

La riflessione che voglio portarvi riguarda le opportunità che questa situazione drammatica ha in sé a livello di sviluppo della nostra coscienza, sia individuale e sia collettiva.

Nella frenesia di una società basata su modelli che mettono al centro l’apparire e non l’essere, dove molti ostentano quello che hanno per dimostrare il proprio valore, una pausa nella folle corsa può portarci verso il centro del nostro essere, verso noi stessi.

Nella nostra coscienza individuale spesso solamente le situazioni gravi ci portano ad affrontare dei cambiamenti reali, a nuovi modelli di pensiero necessari per affrontare situazioni che il vecchio modello non è capace di risolvere.

La crescita personale in alcuni arriva attraverso un costante lavoro su di sé, mentre nella maggioranza dei casi avviene in momenti difficili, dove possiamo trarre, se impariamo da essi, insegnamenti che rendono persone diverse.

In questo vedo l’opportunità che la situazione che stiamo affrontando ci può dare. Molte persone temono di affrontare la propria interiorità, le proprie paure, perché le porterebbe a dover mettere in discussione il modo con il quale hanno affrontato la vita e il mondo.

Il cambiamento a volte può fare male.

Così, oggi come oggi, dove milioni di persone sono costrette a limitare le relazioni interpersonali senza poter andare nemmeno nei luoghi di aggregazione culturali, molti di noi potrebbero trovarsi in difficoltà, spaesati. Questo perché non abbiamo l’antidoto, non per il virus, ma per le cose che sono dentro di noi che non abbiamo mai voluto/dovuto affrontare fino in fondo.

Quanti di noi hanno coltivato il proprio spazio interiore, la vastità del proprio essere?

Quanti di noi si chiedono le motivazioni delle proprie azioni, delle proprie parole, dei propri pensieri?

Ora che anche le scuole e le chiese sono chiuse, che ci viene chiesto di non stare vicino nemmeno alle persone che amiamo maggiormente, molti avranno la possibilità di guardarsi dentro, di rivedere aspetti del proprio comportamento, e, se decideranno di farlo, di crescere come persone a livello interiore.

Certo, molti accuseranno il governo, i “poteri forti” e molto altro, e anche se ognuna di questa componenti potrebbe avere delle responsabilità per la situazione che il mondo sta vivendo, contemporaneamente molte altre potranno coltivare quello spazio interiore dove troviamo le risposte essenziali del nostro essere.

Lo spazio interiore che ognuno di noi ha in sé contiene una vastità che a volte fa paura, proprio perché l’essere umano ha difficoltà a concepire sé stesso come qualcos’altro rispetto al modello imperante che una società dedita al consumo ci propone.

Ogni essere umano è portato per natura a cercare di andare oltre, di superare ciò che era precedentemente, e per quanto mi riguarda solo nella vastità del proprio spazio interiore può divenire consapevole di ciò che realmente è:

Una cellula nell’immenso corpo di Dio, della stessa sostanza, come una goccia nell’Oceano della coscienza.

Chi è ateo potrà ora pensare che sono in errore. Devo dire che da ex ateo militante sono consapevole che solamente un’esperienza reale, concreta, incontrovertibile può portare un essere umano a cambiare idea riguardo a questo e quindi a chi è ateo posso solamente portare uno spunto di riflessione.

Quando ero ateo la mia razionalità era il modo con il quale mi relazionavo alle cose, alle situazioni, agli avvenimenti e pure alle relazioni interpersonali, negando di fatto quello che invece sentivo profondamente dentro di me. Qualcosa che non capivo e che non volevo conoscere.

Ora abbiamo la possibilità di rivedere il nostro modo di relazionarci alla nostra interiorità (dedicandole uno spazio), agli altri, e al mondo.

A volte la folle corsa che gli avvenimenti che una società come la nostra ci porta costantemente c’impedisce di guardare le cose con il giusto distacco, la giusta tranquillità.

In questi giorni ho ricevuto messaggi meravigliosi nei quali le persone invitano ognuno di noi a fare ciò che è giusto per il prossimo, per assumerci consapevolmente la responsabilità riguardo alla vita e alla salute di tutti.

Perché anche se ora non siamo in giro a festeggiare, ad abbracciare le persone care, possiamo farlo nello spazio della nostra interiorità, il luogo dove nessuno può avere il dominio su di noi se non siamo noi stessi a concederlo.

La nostra libertà interiore può farci comprendere quanto siano fasulle le catene imposte dal mondo, dalla società o da modelli che vengono mostrati come assoluti.

Nelson Mandela è stato in carcere per 27 anni, e a volte ha raccontato come questo periodo lo abbia portato a coltivare il proprio spazio interiore, dove nessun carceriere gli poteva portare via la sua vera libertà, quella dell’anima.

Possiamo conoscere il nostro essere come mai prima, coltivarlo, e poi rinascere portando così anche il mondo intorno a noi a prendere consapevolezza del cambiamento che possiamo portare al mondo.

Ora c’è il dramma, le persone malate, i morti, l’economia che rischia di saltare, cose che non dobbiamo mai dimenticare. Ma giorno per giorno possiamo gettare i semi per un mondo nuovo, per un mondo che ricorderà questo momento come qualcosa che ha portato a far sì che molte persone hanno scelto un modo più giusto per vivere in una società che anche grazie al loro cambiamento è diventata migliore.

Diamo il nostro contributo perché l’umanità possa diventare la massima espressione del suo potenziale.

Il nostro libero arbitrio ci porta a scegliere cosa fare di questo periodo. Rendiamolo qualcosa che ci faccia divenire persone migliori.

Il silenzio degli onesti

Guardando i notiziari in TV e leggendo i giornali più diffusi a volte sembra che nel mondo ci siano solo cose negative. Guerre, distruzione, morte, inquinamento, omicidi, stupri e tutto il peggio che non solo possiamo immaginare, ma che costantemente ci vengono propinati in ogni dove con notizie che sembrano orchestrate per portarci a vivere in un costante stato di paura.

Della società, del mondo, dei governi stranieri, degli immigrati e di molto altro.

Io sono tra coloro che credono che un mondo migliore sia possibile, e quindi desidero dare il mio contributo diffondendo storie e articoli che alimentino e tengano forte il fuoco della speranza.

Avevo già scritto un post intitolato “Il sacro fuoco della speranza” che potete leggere qui.

Credo sia necessario da parte di ognuno di noi dare un contributo a costruire un mondo migliore, di preparare il terreno e gettare semi che germoglieranno nei cuori e nelle anime di coloro che sono pronti a riceverli.

Chi è su un percorso di crescita personale dovrebbe sapere l’importanza del modo di pensare di ognuno di noi, e non intendo solamente per quanto riguarda “l’attrazione” nella nostra vita delle cose che desideriamo, ma in ogni aspetto della nostra vita.

Ogni nostro pensiero, ogni nostra parole e ogni nostra azione portano il mondo a essere quello che è. Nel bene e nel male.

Ritengo necessario contribuire al fatto stesso di alimentare la speranza nel cuore di più persone possibili.

In questo blog troverete d’ora in poi ogni settimana almeno una storia o un personaggio che possono essere d’ispirazione per la creazione di un mondo migliore, che possano mostrarvi che uomini e donne come voi hanno dato il loro contributo in modo inequivocabile.

Persone come Nelson Mandela, Mohandas Karamchand Gandhi (il Mahatma), Martin Luther King Jr. , Emmeline Pankhurst, Rosa Parks e molti altri che probabilmente non conoscete, ma che hanno dato un loro contributo per rendere questo mondo più giusto, alimentando così la speranza.

A volte grandi uomini e grandi donne, come Martin Luther King Jr., vengono uccisi anche per il loro folle sogno di un mondo migliore, ma la loro morte anziché zittire la loro voce, come qualcuno avrebbe voluto, l’amplifica portando le loro parole ancora più lontano…

Martin Luther King Jr. diceva una frase che dovrebbe echeggiare nelle nostre menti: “Io non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti.”

Ogni volta che stiamo in silenzio davanti a un’ingiustizia, ogni volta che non custodiamo la sacra fiamma della speranza diventiamo complici di tutto quello che non ci piace nel mondo.

In questo tempo di cambiamenti ognuno di noi deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte per divenire, come diceva Gandhi, il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Il Sacro Fuoco della Speranza

Il futuro è in costante movimento, e sono i nostri pensieri e le nostre scelte conseguenti che lo cambiano attimo per attimo, forgiando quello che poi vivremo,  come singoli e come società.

Per questo è importante capire in che modo guardiamo il domani, cosa riteniamo possa portarci.

Quali sono le aspettative che abbiamo?

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