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Le guerre che vengono da lontano

Dopo molti mesi pubblico un nuovo post.

Il mio silenzio è stata la conseguenza di molteplici fattori, personali e lavorativi, che mi hanno portato a non pubblicare in questo periodo. Inoltre, ho riflettuto molto su quello che è il futuro del blog e il modo con il quale mi confronterò con chi lo segue.

Tutti abbiamo vite molto piene e poco tempo, tra famiglia, lavoro e tutto il resto. Ovviamente il motivo non è legato solamente al tempo, ma a considerazioni che affronterò in un altro momento.

Il silenzio mi ha permesso comunque di osservare e riflettere con maggiore distacco, anche sugli eventi internazionali che oggi stanno cambiando il corso della storia, come l’attacco all’Iran…Oggi scriverò brevemente al riguardo della situazione attuale, che ha portato alla morte, secondo molte fonti, dell’ayatollah Khamenei.

Il regime iraniano è senza dubbio uno dei più sanguinari del mondo, e la repressione dei mesi passati nei confronti dei manifestanti di piazza è da condannare con forza e senza compromessi.

Scritto questo però bisogna sottolineare che ci troviamo di fronte a un momento dalle conseguenze non calcolabili, anche a causa della complessità dell’Iran, composto da più etnie e popolazioni, di incognite legate alle alleanze pregresse del regime, all’arsenale di armi e molto altro.

Il diritto internazionale è morto e defunto, come già sapevamo dall’attacco del 2003 all’Iraq, ma questo attacco del presidente americano che tanto voleva il premio Nobel per la pace, che dopo non averlo ricevuto ha dichiarato pubblicamente che non avendolo ricevuto “non si sente più obbligato a pensare puramente alla pace” potrebbe essere l’ultimo chiodo sulla sua bara.

Direi che non sono da sottovalutare poi i problemi interni dei due presidenti, Trump e Netanyahu, che per sviare l’opinione pubblica dei loro paesi hanno fatto una scelta che avrà conseguenze per tutti, come affermano molti analisti di geopolitica.

Negli Stati Uniti, il presidente Trump affronta un calo di consensi legato a tensioni interne, divisioni nel Partito Repubblicano e al riemergere periodico della questione “Epstein files”, che continua ad alimentare sospetti e pressione mediatica su vari ambienti politici ed economici. Anche in assenza di sviluppi giudiziari diretti, l’ombra di quel caso contribuisce a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e a indebolire il capitale politico dell’amministrazione in una fase già polarizzata.

In Israele, Netanyahu resta politicamente fragile a causa dei procedimenti giudiziari per corruzione e abuso di fiducia che lo riguardano da anni, con un processo ancora in corso e il rischio concreto di una condanna penale qualora perdesse la protezione politica. A ciò si aggiungono tensioni interne legate alla gestione della guerra e alle riforme istituzionali contestate. In un contesto simile, ogni escalation esterna viene inevitabilmente letta anche alla luce della sopravvivenza politica personale.

Quali possono essere le conseguenze più dirette che toccheranno noi tutti nel breve termine?

Dai problemi causati dal possibile blocco del canale di Hormuz, che può portare a una crisi energetica senza precedenti, con conseguente aumento dei prezzi del petrolio e del gas, a molto altro.

Come si è però arrivati a questo? La storia è molto lunga, ma sintetizzando all’estremo la storia della seconda metà del Novecento dell’Iran credo che già si possano intravedere alcuni aspetti che portano a comprendere come scelte passate di cambio regime possano portare a conseguenze sul lungo termine assolutamente inaspettate.

Dal 1951 l’Iran vive alcuni passaggi chiave:

1951–1953 – Mossadeq: Il primo ministro Mohammad Mossadeq nazionalizza il petrolio (fino ad allora controllato dagli inglesi). È un momento di forte legittimazione parlamentare e sovranità nazionale.

1953 – Colpo di Stato: CIA e MI6, servizi segreti americani e britannici, organizzano l’operazione per rovesciarlo (Operazione Ajax). Motivo: difendere interessi petroliferi occidentali e impedire che l’Iran scivoli nell’orbita sovietica.

1953–1979 – Lo Shah: Torna al potere Mohammad Reza Pahlavi: modernizzazione accelerata e filo-occidentale, ma regime autoritario sostenuto dagli USA, repressione tramite la polizia politica (SAVAK), disuguaglianze crescenti.

1979 – Rivoluzione islamica: Crolla la monarchia. Rientra dall’esilio Ruhollah Khomeini. Nasce la Repubblica Islamica: sistema teocratico sciita, forte impronta anti-occidentale.

Sintesi estrema:nazionalismo democratico → golpe sostenuto dall’Occidente → monarchia autoritaria filo-USA → rivoluzione religiosa anti-autoritaria e anti-occidentale.

Poi oggi arrivano i “buoni” per abbattere il regime islamico. Con conseguenze nel breve, medio e lungo termine non prevedibili.

Ho interrogato varie IA al riguardo. Nessuna prevede uno scenario pacifico e risolutivo.

Benvenuti nel futuro.

Questo articolo ha 6 commenti

  1. Annamaria

    Dove siamo arrivati incredibile 🙄

  2. Leila

    مارکو عزیز،
    مرسی از پیامت و تحلیل دقیقت. درست می‌گویی؛ برای بسیاری از قدرت‌های خارجی، منافع اقتصادی و ژئوپلیتیک در اولویت است و مردم ایران اغلب تنها در چارچوب این محاسبات دیده می‌شوند.

    اما تجربه پنج دهه زندگی در ایران، و حضور در جریان‌های اجتماعی، به من نشان داده که خواسته مردم، فارغ از فشارهای خارجی و بازی‌های قدرت، همواره زندگی با کرامت، عدالت و آزادی واقعی بوده است.

    همان‌طور که گفتی، نفت و منابع طبیعی ایران بخشی از این بازی جهانی است، اما مهم‌تر از همه صدای مردم و حق انتخاب مسیر خودشان است. امیدوارم روزی بتوانیم این بحث را حضوری و با جزئیات بیشتری ادامه دهیم.

    با احترام و شوق دیدار،


    Caro Marco,

    Grazie per il tuo messaggio e la tua analisi precisa. Hai ragione; per molte potenze straniere, gli interessi economici e geopolitici hanno la priorità, e spesso il popolo iraniano viene considerato solo nel quadro di questi calcoli.

    Tuttavia, la mia esperienza di quasi cinquant’anni in Iran e la partecipazione diretta ai processi sociali mi hanno insegnato che le richieste del popolo — al di là delle pressioni esterne e dei giochi di potere — sono sempre state una vita con dignità, giustizia e libertà reale.

    Come hai sottolineato, il petrolio e le risorse naturali dell’Iran fanno parte di questo gioco globale, ma ciò che conta di più è la voce del popolo e il diritto di scegliere il proprio percorso. Spero che un giorno potremo continuare questa discussione di persona, con maggiori dettagli.

    Con rispetto e desiderio di incontrarti,

  3. Leila

    مارکو عزیز،

    از من خواسته‌ای درباره نقش دو کشور خارجی در تحولات اخیر نظر بدهم.
    پاسخ من از جایگاه یک هنرمند و معلم ریاضی با سی سال تجربه تدریس در محیط آموزشی است؛ کسی که انقلاب را در کودکی دیده، جنگ را در نوجوانی لمس کرده و دهه‌ها در دل ساختار اجتماعی ایران زیسته است.

    برای فهم امروز ایران، باید از درون ساختار قدرت آغاز کرد.

    نظام سیاسی ایران بر پایه قرائتی ایدئولوژیک و دینی از حکومت شکل گرفته است؛ ساختاری که در آن مشروعیت سیاسی با تفسیر خاصی از مذهب گره خورده و قدرت در نهادهایی متمرکز شده که پاسخگویی عمومی محدودی دارند.

    در چنین سیستمی، مخالفت سیاسی اغلب نه به‌عنوان «اختلاف نظر»، بلکه به‌عنوان «تهدید ساختاری» تعریف می‌شود.

    در حدود پنج دهه گذشته، زندان، دادگاه‌های انقلاب، فشار امنیتی، محدودیت رسانه‌ها، و در مقاطعی برخوردهای خونین با اعتراضات، بخشی از واقعیت جامعه بوده‌اند.
    گزارش‌های متعدد از بازداشت‌های گسترده، صدور احکام سنگین، و حتی اعدام معترضان، زخمی عمیق در حافظه جمعی ایجاد کرده است.

    وقتی یک ساختار سیاسی، اعتراض مدنی را با ابزار امنیتی پاسخ می‌دهد، رابطه حکومت و جامعه از سطح سیاسی به سطح اخلاقی منتقل می‌شود.

    اینجاست که تحلیل لازم است.

    به عنوان معلم ریاضی، اجازه بده با زبان معادله سخن بگویم:

    اگر در یک نظام،
    «حفظ ایدئولوژی» همواره بزرگ‌تر از «کرامت انسان» باشد،
    اگر «امنیت ساختار» بر «آزادی شهروند» اولویت دائمی پیدا کند،
    اگر حاصل «ثروت عظیم ملی» منهای «فساد، انحصار و هزینه‌های ایدئولوژیک منطقه‌ای» برابر با «فقر داخلی و مهاجرت گسترده نخبگان» شود،
    آن معادله دیر یا زود به ناپایداری می‌رسد.

    ایران کشوری ثروتمند است.
    اما بخش بزرگی از جامعه با فشار اقتصادی زندگی می‌کند.
    تمرکز ثروت در حلقه‌های محدود قدرت، هم‌زمان با افزایش مهاجرت نیروهای متخصص، پرسش‌های جدی در ذهن جامعه ایجاد کرده است.

    گزارش‌های متعدد از برخوردهای سخت با معترضان، دادگاه‌های غیرشفاف و محدودیت‌های مدنی، شکافی عمیق میان دولت و جامعه به وجود آورده است.
    وقتی گفت‌وگو جای خود را به برخورد امنیتی می‌دهد، مسئله صرفاً سیاسی باقی نمی‌ماند؛ به مسئله‌ای اخلاقی تبدیل می‌شود.

    در این زمینه، پرسش تو درباره نقش آمریکا و اسرائیل مطرح می‌شود.

    دهه‌هاست که گفتمان رسمی بر دشمنی آشکار با این دو کشور استوار بوده است. این رویکرد، سیاست خارجی ایران را در مسیر تنش مزمن قرار داده است. در مقابل، بسیاری از مردم این پرسش را مطرح می‌کنند که آیا دشمنی دائمی، به بهبود زندگی مردم انجامیده است یا نه.

    در عین حال، توسعه روابط با قدرت‌هایی چون روسیه و چین نیز بخشی از واقعیت سیاست خارجی ایران بوده است. این ترکیب از تقابل شدید با برخی کشورها و نزدیکی به برخی دیگر، برای بخشی از جامعه محل تأمل است.

    اکنون به سؤال اصلی تو می‌رسیم:

    چرا اگر گفته می‌شود آمریکا یا اسرائیل در فشار بر ساختار قدرت نقش داشته‌اند، بخشی از جامعه ایران واکنش خشمگین نشان نمی‌دهد؟

    پاسخ را باید در تجربه زیسته مردم جست‌وجو کرد.

    برای بسیاری از شهروندان، آنچه ملموس‌تر است، فشار داخلی است:
    محدودیت، زندان، سرکوب اعتراض، و احساس نادیده‌گرفته‌شدن در ساختار قدرت.

    وقتی در معادله داخلی، «امکان اصلاح مؤثر» به صفر نزدیک شود،
    وقتی وزن «مشارکت آزاد» کاهش یابد،
    بخشی از جامعه در ارزیابی خود، تهدید داخلی را سنگین‌تر از فشار خارجی می‌بیند.

    این به معنای اعتماد ساده‌انگارانه به آمریکا یا اسرائیل نیست.
    بلکه نشانه تغییر در مقایسه ذهنی مردم است:
    برای برخی، رابطه عادی با جهان — حتی با کشورهایی که سال‌ها دشمن خوانده شده‌اند — عقلانی‌تر از استمرار انزوای ایدئولوژیک است.

    مرگ رهبر نیز همین شکاف تحلیلی را آشکار کرد.
    عده‌ای آن را ضایعه‌ای برای ثبات دیدند.
    عده‌ای دیگر آن را احتمال پایان یک چرخه ایدئولوژیک و آغاز امکان بازنگری دانستند.

    این دو واکنش، بازتاب دو نگاه به آینده است:
    ثبات در چارچوب موجود، یا تغییر در ساختار.

    گرچه آینده نامطمئن است،
    اما برای بخش قابل توجهی از جامعه، ادامه گذشته نیز قابل دفاع نیست.

    مردم ایران تجزیه نمی‌خواهند.
    جنگ نمی‌خواهند.
    وابستگی نمی‌خواهند.

    آن‌ها می‌خواهند در معادله قدرت، وزن «انسان» از «ایدئولوژی» بیشتر شود.
    می‌خواهند سهمی عادلانه از ثروت ملی داشته باشند.
    می‌خواهند خروجی نظام سیاسی، «زندگی با کرامت» باشد، نه صرفاً «بقا در سایه ترس».

    اگر بخشی از جامعه امروز روابط عادی با آمریکا یا اسرائیل را کمتر تهدیدآمیز از تداوم وضع موجود می‌بیند،
    این نه از شیفتگی به غرب است،
    نه از فراموشی تاریخ،
    بلکه از خستگی عمیق از چرخه‌ای است که حدود پنج دهه ادامه یافته است.

    خواسته اصلی مردم ساده است:
    شهروند بودن، نه رعیت بودن.
    زیستن با کرامت، نه دوام آوردن در سایه ایدئولوژی.

    و این خواسته، پیش از آنکه سیاسی باشد، انسانی است.👌👌👌

    **Italiano:**
    Caro Marco,

    Mi hai chiesto di esprimere un’opinione sul ruolo di due potenze straniere nelle recenti vicende.
    La mia risposta non viene da una posizione politica, ma dalla prospettiva di un’artista e insegnante di matematica con trent’anni di esperienza nell’ambiente educativo; qualcuno che ha visto la rivoluzione da bambino, ha vissuto la guerra da adolescente e ha sperimentato le dinamiche della società iraniana per decenni.

    Per comprendere l’Iran di oggi, bisogna partire dall’interno della struttura del potere.

    Il sistema politico iraniano si basa su una lettura ideologica e religiosa del governo; una struttura in cui la legittimità politica è strettamente legata a un’interpretazione particolare della religione, e il potere è concentrato in istituzioni con limitata responsabilità pubblica.

    In questo sistema, il dissenso politico spesso non viene considerato “opinione diversa”, ma una “minaccia strutturale”.

    Negli ultimi circa cinquant’anni, prigioni, tribunali rivoluzionari, pressioni della sicurezza, restrizioni dei media e, in certi periodi, repressioni violente delle proteste, hanno costituito parte della realtà della società.
    Numerosi rapporti documentano arresti di massa, condanne severe e perfino esecuzioni di manifestanti, lasciando cicatrici profonde nella memoria collettiva.

    Quando una struttura politica risponde alle proteste civili con strumenti di sicurezza, la relazione tra governo e società si sposta dal livello politico a quello etico.

    Ed è qui che serve un’analisi.

    Come insegnante di matematica, permettimi di parlare con il linguaggio delle equazioni:

    Se in un sistema,
    “mantenimento dell’ideologia” è sempre più importante della “dignità umana”,
    se “sicurezza della struttura” prevale su “libertà del cittadino”,
    se la somma della “ricchezza nazionale” meno “corruzione, concentrazione e costi ideologici regionali” è uguale a “povertà interna e emigrazione di talenti”,
    allora quell’equazione prima o poi diventerà instabile.

    L’Iran è un Paese ricco,
    ma gran parte della società vive sotto pressioni economiche.
    La concentrazione della ricchezza nelle cerchie ristrette del potere, insieme alla crescente emigrazione di specialisti, ha sollevato domande cruciali nella mente della popolazione.

    Rapporti numerosi su interventi severi contro i manifestanti, tribunali poco trasparenti e restrizioni civili, hanno creato un divario profondo tra governo e società.
    Quando il dialogo cede il passo alla repressione, la questione non è più solo politica, ma morale.

    In questo contesto, la tua domanda sul ruolo di Stati Uniti e Israele emerge.

    Per decenni, il discorso ufficiale si è basato su un aperto antagonismo verso questi due Paesi. Questo approccio ha collocato la politica estera iraniana in un percorso di tensione cronica. Molti cittadini si chiedono se questa ostilità perpetua abbia realmente migliorato la vita interna.

    Allo stesso tempo, lo sviluppo di relazioni con potenze come Russia e Cina fa parte della realtà della politica estera iraniana. Questa combinazione di forte contrasto con alcuni Paesi e vicinanza ad altri rappresenta un punto di riflessione per una parte della società.

    Ora arriviamo alla domanda centrale:

    Perché, se si dice che USA o Israele hanno avuto un ruolo nella pressione sul potere, una parte significativa della società iraniana non reagisce con rabbia?

    La risposta va cercata nell’esperienza vissuta dai cittadini.

    Per molti, ciò che pesa di più è la pressione interna:
    restrizioni, prigioni, repressione delle proteste e la sensazione di essere ignorati dal potere.

    Quando nella loro equazione interna la “possibilità di riforma effettiva” si avvicina a zero,
    quando il peso della “partecipazione libera” diminuisce,
    alcuni cittadini valutano la minaccia interna più grave della pressione esterna.

    Questo non significa fiducia ingenua in USA o Israele.
    Ma indica un cambiamento nella percezione:
    per alcuni, rapporti normali con il mondo — anche con Paesi storicamente nemici — sono più razionali della continua isolamento ideologico.

    La morte del leader ha messo in luce questo divario.
    Alcuni l’hanno vista come una perdita di stabilità,
    altri come la possibile fine di un ciclo ideologico e l’inizio di una revisione.

    Queste due reazioni riflettono due prospettive sul futuro:
    stabilità entro il quadro esistente o cambiamento strutturale.

    Anche se il futuro è incerto,
    per una parte significativa della società continuare come prima non è più difendibile.

    Il popolo iraniano non cerca divisioni,
    non cerca guerra,
    non cerca dipendenza.

    Vuole che, nell’equazione del potere, il peso dell’“uomo” superi quello dell’“ideologia”,
    vuole una quota equa della ricchezza nazionale,
    vuole che il risultato del sistema politico sia “vivere con dignità”, non semplicemente “sopravvivere nella paura”.

    Se oggi una parte della società vede rapporti normali con USA o Israele come meno minacciosi del persistere della situazione interna,
    non è per fascinazione verso l’Occidente,
    né per dimenticare la storia,
    ma per la stanchezza profonda di un ciclo che dura da circa cinquant’anni.

    La richiesta principale è semplice:
    essere cittadini, non sudditi.
    Vivere con dignità, non sopravvivere sotto l’ideologia.

    E questa richiesta, prima ancora di essere politica, è umana.
    👌👌👌

    1. Daniele

      Grazie Leila per l’aver condiviso con noi il tuo pensiero, dalle tue parole emerge un quadro di una popolazione stanca e scoraggiata, sono molto chiari i tuoi paragoni. Vorrei chiederti, in questo contesto, l’intervento americano ed israeliano, se pur giudicato un male minore, come viene ulteriormente interpretato è che scenari potrebbe aprire? Intromissione non richiesta nel vostro mondo o opportunità per eliminare un regime religioso austero? Potrebbe portare qualcosa di buono al popolo iraniano, o potrebbe essere un altro oppressore che sfrutta le risorse?

  4. Michele Russo

    Ufficialmente il rovesciamento del regime, ufficiosamente ma non tanto, l’indebolimento della Cina attraverso il ridotto approvvigionamento di petrolio. Alla fine sarà la solita business war.

    1. Luka

      Saremmo un discorso molto lungo, in questo periodo ritengo che siamo sommersi dalle parole oltre che dei guai che sono sempre dietro l’angolo. Naturalmente dietro tutti questi accadimenti ci sono ragioni sia politiche che ideologiche ed economiche. Vediamo quali saranno le mosse della Cina, che sarà ulteriormente penalizzata da questa guerra che vede l’iran coinvolto, il quale forniva copiose quantità di petrolio ai cinesi… Ovviamente tutto questo si ripercuote anche su un’ Europa alle dipendenze stelle e strisce.

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