C’è una domanda che mi ronza in testa da quando ho letto che migliaia di voli internazionali sono stati cancellati in seguito all’attacco statunitense e israeliano all’Iran.
Una domanda che, mi azzardo a dire, in pochi si sono posti esplicitamente: e se le compagnie aeree facessero una class action contro gli Stati Uniti e Israele?
Lo so. Sembra fantascienza. Ma aspettate prima di ridere.
(Qualcuno potrebbe dire che la classe action in caso dovrebbe essere contro l’Iran, ma partiamo dal presupposto che chi inizia il conflitto é il primo a essere preso in causa.)
Quando un governo decide di attaccare un altro paese, le conseguenze non si limitano ai missili e ai morti. Si propagano come onde sismiche: chiusura degli spazi aerei, rotte deviate di migliaia di chilometri, carburante extra, slot aeroportuali persi, rimborsi da erogare, reputazione da gestire.
I numeri, in questi casi, si contano in centinaia di milioni di dollari. Emirates, Qatar Airways, Lufthansa, Air France: compagnie che non hanno deciso nulla, non hanno sparato niente, non hanno votato nessuna risoluzione. Eppure pagano il conto.
E il conto si è moltiplicato rapidamente.
Alla prima ondata di attacchi americani e israeliani del 28 febbraio, l’Iran ha risposto colpendo con missili e droni le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre a obiettivi civili: hotel, centri commerciali, aeroporti, porti. Persino il porto di Jebel Ali negli Emirati e una raffineria saudita sono stati colpiti. Paesi come Qatar e Oman, che con l’Iran avevano rapporti di collaborazione fino a pochi giorni prima, si sono ritrovati sotto attacco.
Gli spazi aerei di mezza regione sono diventati zone di guerra. Chi stava volando, o doveva farlo, ha semplicemente smesso.
Sul piano teorico, la domanda ha senso. Se un soggetto — chiunque esso sia — compie un’azione che causa danni economici diretti e documentabili a terzi, esiste in linea di principio una responsabilità.
Il problema è che gli stati si sono costruiti nel corso dei secoli un’armatura giuridica che si chiama immunità sovrana. In parole semplici: non puoi trascinarli in tribunale per atti che rientrano nell’esercizio del loro potere, incluse le decisioni militari. È una regola del diritto internazionale, non una scappatoia. È, in effetti, parte del sistema stesso. Ma quell’armatura ha delle fessure.
Il diritto internazionale ha subito negli ultimi decenni una lenta erosione del principio di immunità assoluta. I processi di Norimberga stabilirono che la sovranità non può essere uno scudo per i crimini di guerra. La Corte Penale Internazionale fu creata proprio su questo presupposto. Il principio di jus cogens — norme inderogabili come il divieto di genocidio o di tortura — è teoricamente superiore a qualsiasi immunità.
E allora?
Allora rimane il problema pratico: chi esegue?
Il diritto internazionale è un edificio magnifico con una debolezza strutturale enorme: non ha un esercito. Non ha uno sceriffo. E le sentenze, anche quando ci sono, dipendono dalla buona volontà dei condannati per essere eseguite.
Ma cosa cambierebbe se non fosse una singola compagnia a muoversi, bensì una coalizione mondiale di tutte le grandi compagnie aeree?
Sul piano strettamente giuridico, non molto: l’immunità sovrana non si scioglie perché a citarti in giudizio sono in cento invece che uno. Il problema dell’esecuzione della sentenza rimarrebbe identico. Però sul piano politico cambierebbe tutto.
Parliamo di aziende che rappresentano interessi economici enormi, occupazione, infrastrutture strategiche. E soprattutto: molte di loro sono parzialmente statali. Emirates è degli Emirati, Qatar Airways è del Qatar, Lufthansa ha azionisti pubblici tedeschi. Dietro di loro ci sarebbero implicitamente anche dei governi. E i governi parlano ad altri governi con un linguaggio che i tribunali non hanno.
Una pressione coordinata di questa portata potrebbe aprire negoziati diplomatici per risarcimenti extragiudiziali, o spingere verso la creazione di un fondo internazionale di compensazione per danni da conflitti armati sugli spazi aerei civili.
L’idea non è poi così utopica. Qualcosa di simile esiste già in forma embrionale: l’ICAO — l’organizzazione ONU per l’aviazione civile — ha una Convenzione che prevede un fondo di compensazione per danni causati da atti illeciti come il terrorismo. E dopo l’abbattimento del volo MH17 sull’Ucraina nel 2014, la stessa ICAO convocò una task force sulla sicurezza nelle zone di conflitto.
Nessuno ha mai avuto il coraggio — o la convenienza politica — di estendere quei meccanismi alla responsabilità economica degli stati che scatenano guerre. Il fondo esiste in forma di bozza, di discussione, di buona intenzione mai compiuta. È un vuoto reale, documentato, e finora ignorato.
Quello che mi affascina in questo scenario non è tanto la sua percorribilità pratica — che rimane in salita ripida — quanto cosa ci racconta sul sistema in cui viviamo. Abbiamo costruito un ordine mondiale in cui alcuni attori possono generare danni enormi, misurabili, documentati, su scala globale, e non rispondere a nessuno.
Non ai tribunali, non ai cittadini stranieri danneggiati, non alle aziende colpite.
Nel frattempo, un passeggero che ha perso il volo deve lottare con il call center della compagnia per riavere 250 euro di rimborso. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa asimmetria. E non è solo un problema giuridico: è un problema di civiltà.
La storia del diritto internazionale è fatta esattamente così: una crisi abbastanza grande, un danno abbastanza diffuso, una pressione abbastanza coordinata, e qualcosa che sembrava impossibile diventa norma.
Forse la vera class action non è quella davanti a un tribunale. È quella dell’opinione pubblica, della pressione diplomatica collettiva, della consapevolezza condivisa.
Ogni volta che un governo decide di scatenare una guerra sapendo che il conto lo pagheranno anche tutti gli altri — i passeggeri bloccati, le compagnie aeree, le famiglie separate, i mercati destabilizzati, i paesi che non c’entrano nulla — quella decisione dovrebbe essere nominata, interrogata, contestata pubblicamente. Non con i missili. Con le parole. Con la consapevolezza.
Benvenuti, di nuovo, nel futuro.
